Gazzetta di Modena

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«Il gatto? Un essere superiore che ci apre la porta dell’infinito»

Michele Fuoco
«Il gatto? Un essere superiore che ci apre la porta dell’infinito»

Uscito per Garzanti il saggio “Il Gattolico Praticante” Un elogio ai felini attraverso la storia, i luoghi, la letteratura e le esperienze dello scrittore

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Non è l’ennesimo libro sui gatti. Non un catalogo di felini famosi né di storie strappalacrime. È il libro di chi lo ama, de “Il gattolico praticante”, pubblicato da Garzanti (pp. 118, euro 15). Ne è autore Alberto Mattioli, giornalista modenese del quotidiano “La Stampa”, per il quale è stato corrispondente da Parigi, ed esperto d’opera. Il grande amore per il gatto è scoccato quando Mattioli aveva poco più di 30 anni. «Sono rimasto folgorato, ho capito che era molto meglio che avere dei figli, perché non sono sempre lì a chiederti soldi, e mi hanno cambiato la vita».

Perché il gatto è unico e irripetibile?

«È un animale eccezionale. I gatti hanno superato i cani nelle famiglie italiane, dominano i social, stanno prendendo il sopravvento come esseri superiori. È piccolo ma indistruttibile, con favolose capacità di adattamento».

In cosa risiede il suo fascino?

«Il gatto è un animale domestico, ma non completamente. Ha in sé un mistero insondabile. Il cane ha un comportamento stereotipato, mentre ogni gatto ha una personalità, “gattosità” unica, ed è impossibile generalizzare. C’è una ragione in quello che fanno, che non è mai fatto a caso ma non scopriamo mai qual è questa ragione».

Da cosa nasce la devozione per il gatto?

«Siamo affascinati da ciò che non possiamo padroneggiare completamente».

Il più grande dispiacere?

«Ho avuto solo due gatti nella mia vita. La morte del gatto è veramente straziante, lacerante. Ciò può sembrare assurdo a chi non ha un gatto. I gatti muoiono con una dignità meravigliosa: la mia l’ho fatta sopprimere perché aveva un tumore».

È solo un’illusione che il gatto faccia ciò che vuole il padrone?

«È impossibile addomesticarlo, si può solo sperare che il gatto addomestichi noi».

Quale episodio puoi raccontarci?

«Le mie due gatte hanno vissuto i primi sei anni a Milano ma poi, a causa di impegni professionali, per sette anni e mezzo, a Torino e a Parigi. Quando sono tornato a Milano e le ho rimesse nella loro vecchia casa è stato impressionante, perché ricordavano tutto».

Sostieni che il gatto ci insegna la lentezza. Il suo tempo è l’eternità…

«Il tempo del gatto è un tempo sospeso. Non vive né nel passato né nel futuro, vive in un eterno presente. Il tempo con il gatto non è prevedibile. Il tempo che si passa con lui è quindi sospeso, non ha un inizio e non una fine che noi non possiamo prevedere. Introducono nelle nostre vite un elemento di imprevedibilità, di sorpresa che è prezioso. La vita passata con il gatto è una finestra spalancato sull’infinito».

Ci sono luoghi particolari in cui il gatto preferisce vivere?

«No, è un animale intelligente e adattabile, è logico che la casa degli uomini gli faccia comodo».

Ritieni che le città con più storia siano città più piene di gatti. Perché?

«Il gatto si è adattato a tutti i momenti storici, non è intimidito ed impressionato dalla storia, quindi ci sono delle città particolarmente gatte che hanno in comune di essere storiche. Ne ho individuate sei: Parigi, Amsterdam, Istanbul, Gerusalemme, Venezia, Roma».

Perché è la società borghese ad inventare il gatto di compagnia?

«Per l’Ancien Régime gli animali sono il cane e il cavallo. È l’Illuminismo che inventa il gatto come animale di compagnia. E qui il paradosso: il gatto entra nelle case borghesi, ma il suo comportamento è antiborghese, perché il gatto è anarchico, rifiuta l’ordine borghese. Per tutto l’800 il gatto è l’animale di intellettuali, di poeti, di chi rifugge la società borghese. Le più belle parole del gatto mai dette sono quelle di Baudelaire ne “Les fleurs du mal”. Anche Chateaubriand, romantico antimoderno, è pazzo per il gatto».

Il gatto è anche figura d’arte. Ma a te interessa il suo “miao” musicale?

«I due brani più celebri dedicati al gatto: uno è una sonata di Scarlatti,“La fuga del gatto”, sappiamo che è un titolo apocrifo; l’altro è “Il duetto buffo dei due gatti” di Rossini”. Trovo che la musica più bella siano le fusa della mia gatta». —



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