Yayoi Kusama, la storia straordinaria di una artista
KUSAMA: INFINITY di Heather Lenz. Usa 2018
Troppo spesso, i documentari sugli artisti sono di scarso interesse. Non è il caso di questo film su un personaggio dalla storia strepitosa e paradigmatica. Oggi, Yayoi Kusama appare, nelle prime immagini del documentario, un'anziana signora intenta a disegnare righe colorate su un fondo di tela bianca. Veste un abito a pois, il suo marchio di fabbrica e il suo “segno”, ha capelli rosso fuoco. Una sorta di buffo clown, che sembra messo lì per divertire i bambini. Il fatto è che i suoi lavori quotano ora alcuni milioni di dollari alle aste internazionali. Il film procede poi all'indietro, fino a Matsumoto City, in Giappone, dove Yayoi è nata nel 1929 (ha dunque 90 anni tondi tondi, ora). Già da bimba, Yayoi disegna i suoi punti, in modo veloce e quasi furioso. Però, la madre le strappa i disegni e le instilla isteria e panico. Il padre, dal canto suo, si perde dietro altre donne, e causa altri traumi alla ragazzina. Insomma, il luogo comune dell'artista che per diventare un grande deve soffrire e subire vicissitudini e ferite nella vita privata è qui fedelmente rispettato. Yayoi cresce in un Giappone rurale, dove i suoi hanno una fattoria di fiori. E i fiori diventano la sua ossessione. Nascono in questo momento le idee per le sue future installazioni fatte di punti e di reti infinite, il suo personalissimo mondo pop. Il film segue poi Yayoi nel suo trasferimento in America; la sua corrispondenza con l'icona Georgia O'Keefee; i primi acquerelli; i reiterati tentativi di sfondare nel mondo dell'arte a New York; le prime disastrose esposizioni; gli incontri con Donald Judd e con Joseph Cornell, con cui vive una storia senza sesso. I lavori pop di sculture con pagnotte e banane che, secondo lei, hanno ispirato Klaes Oldenburg. Anche Andy Warhol è accusato di averla copiata, nel suo utilizzo di tante fotografie a mo' di tappezzeria. Femminista, Yayoi si rende conto che anche negli States il mondo dell'arte è sessista e razzista: lei, donna e giapponese, ne paga le conseguenze. Allora, per attirare l'attenzione, dopo aver anche meditato il suicidio, prima, senza invito, mette in scena una famosa performance alla Biennale di Venezia del 1966 con 1500 sfere di specchi (il “Narcissus Gallery”), e poi si butta sulla Body Art e sulla contestazione alla guerra in Vietnam spogliandosi nuda e dipingendosi di pallini. Passato questo momento magico, se ne torna in Giappone con la coda tra le gambe, disprezzata dai connazionali e ignorata dalla famiglia che si vergogna di lei. Per anni, sparisce nell'anonimato vivendo in un ospedale psichiatrico. La riscoperta della sua arte data dalla fine degli anni '80. Una storia straordinaria che il film ci riconsegna, è proprio il caso di dirlo, nel suo filo rosso. —
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