“Un’altra vita”, favola nera sulla Polonia post comunista
UN'ALTRA VITA – MUG di Malgorzata Szumowska. Polonia 2018
C’era una volta, nella Polonia comunista, l'“uomo di marmo” Mateusz, il muratore stakanovista eroe del lavoro del film di Wajda del 1977, che veniva dimenticato perché si era compromesso agli occhi del regime. Ora, nella Polonia post-comunista, abbiamo Jacek, operaio edile che, dopo una iniziale esaltazione, viene abbandonato dal suo villaggio beghino e ipocrita perché un incidente gli ha cambiato i connotati, che è il protagonista di questa favola nera della Szumowska. La ristrettezza mentale del villaggio di Jacek è inversamente proporzionale alle dimensioni colossali che assume la statua del Redentore, davvero esistente in Polonia, ancor più mastodontica di quella del Pan di Zucchero di Rio. Il tono del film, giustamente, è virato sul grottesco, a partire dalla sequenza dell'incipit, con la massa di gente che si precipita, denudandosi, ad assaltare le promozioni dei televisori a schermo piatto di un supermercato. La metafora non potrebbe essere più trasparente. Un paese in preda al consumismo capitalistico, che ha dimenticato i valori di solidarietà. Il capellone Jacek è l'anticonformista del villaggio: ama i Metallica che si spara a tutto volume in auto, litiga con la famiglia che lo invita a stare al posto suo, sogna di andarsene in Inghilterra. La pecora nera Jacek vive in un microcosmo in cui i familiari si divertono alle barzellette razziste su neri, musulmani e rom, dove un bambino agita la testa di un maiale decapitato urlando “Morte al porco”, dove la volgarità è ipocritamente coperta da una religiosità tutta esteriore. La regista filma spesso da lontano quasi a voler prendere le distanze da un paese che non sente più suo. I primi piani sono riservati a Jacek, con cui si identifica, e alla sua solitudine. La mistificazione ideologica della religione, ci suggerisce il film, è identica a quella del passato comunismo, le due “Chiese” sono uguali tra loro. Szumowska è implacabile a registrare lo squallore di una comunità che pensa solo alle cose materiali e usa la religione per salvarsi l'anima.Comunismo o non comunismo, la società polacca viene mostrata come totalmente indifferente al destino del singolo. Proprio l'individualismo iniziale di Jacek, la sua “diversità”, acuita poi dal cambio di faccia, è la sua condanna. Sempre più solo Jacek non ha che una via davanti a sé. Il tono grottesco ritorna nell'estrema inquadratura del film, con la testa del Redentore girata a destra, in direzione di un santuario lontano, per compiacere le autorità ecclesiastiche ormai vere padrone del paese. Il ritratto di questa “small town” affogata nella meschinità, e del suo sfortunato outsider, ci rimarrà negli occhi per parecchio tempo. —
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