Modena. fantasie e ricordi in carcere. Ecco le “Tecniche di evasione”
Borghesi è regista dello spettacolo d’apertura “Un tentativo di affresco di un luogo estraneo”
MODENA. “Tecniche di evasione” (domani a numero chiuso) sarà lo spettacolo di apertura di Trasparenze Festival, un finale di laboratorio scritto e diretto da Nicola Borghesi di Kepler-452 con gli attori detenuti e internati della Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia. Nicola Borghesi, attore, regista, drammaturgo e direttore artistico per la compagnia Kepler-452, di cui è anche fondatore, coinvolge non professionisti, esplora luoghi poco frequentati per raccontarli, crea e armonizza gruppi improbabili di esseri umani.
Cosa ti ha spinto ad accettare di fare questa esperienza con i carcerati e i detenuti dalla Casa di reclusione di Castelfranco Emilia?
“Con Kepler-452 andiamo alla ricerca di storie e di incontri con persone in luoghi atipici, ai margini del tessuto urbano e devo dire che un’esperienza in carcere proprio mi mancava. Non avevo idea di come fosse, ma ero molto curioso e da buon appassionato di come funzionano le relazioni umane, mi interessava capire come potessero svilupparsi i rapporti tra i carcerati e tra chi si relaziona con loro tutti i giorni. Mi interessava indagare le dinamiche umane di questo stare insieme forzato. Suppongo che anche chi entra in un carcere a vedere un esperimento di teatro lo faccia spinto da una parte dall'amore per il teatro stesso, dall'altra da una potente curiosità per il luogo, la stessa che ha animato i miei primi passi oltre le sbarre”.
“Tecniche di evasione” è il titolo dello spettacolo. Perché la scelta è ricaduta su questo tema?
“Quando inizio un percorso di ricerca teatrale con delle persone e in un luogo che non conosco, mi piace non andare già con un progetto precostituito. Sento la necessità di farmi ispirare dall'umanità che incontro e dal luogo che abita. Un giorno, durante una giornata di laboratorio intensivo, Stefano, un internato, mi ha detto: “Noi, qua, evadiamo tutti i giorni, solo che nessuno se ne accorge”. Da lì mi si è accesa l’idea. I detenuti non amano parlare del carcere: ci stanno tutto il giorno, tutti i giorni. Allora abbiamo immaginato un punto d’incontro: non parlare del carcere ma di tutto ciò che dentro al carcere non è carcere. Dell’evasione, insomma. Non quella punita dalla legge, ma quella che passa attraverso l’immaginazione, il ricordo, le libere associazioni. Così attraverso la tecnica dell’improvvisazione, del gioco del teatro abbinato al training fisico ognuno di loro ha ricercato e trovato una propria personale tecnica di evasione”.
Come hanno reagito i detenuti e gli internati alla scelta di questo tema?
“Tutti sono evasi, metaforicamente parlando. Le carceri sono luoghi molto conservativi, con delle regole estremamente rigide. I carcerati e gli internati vivono quotidianamente esperienze molto omologanti, ma su questo obbligo di omologazione si stagliano in modo potente i brandelli della loro identità facendone scaturire un bisogno pazzesco di raccontarsi ed esprimere loro stessi per dimostrare che sono ancora vivi, ancora utili e che hanno capito delle cose”.
L’ambientazione dello spettacolo è un labirinto. Perché?
“Superato il portone di ingresso del carcere di Castelfranco la prima cosa che incontra lo sguardo del visitatore è un labirinto, un ordinato dedalo di siepi all'italiana: un simbolo. Nel poco tempo trascorso in quel luogo ho capito che la forma che lo descrive meglio non è quella della gabbia, ma quella del labirinto, di un luogo in cui chi nella vita ha preso scorciatoie segue strade lunghe per raggiungere un centro, per poi uscire. Un luogo in cui perdersi tra la noia del presente, le immagini del passato, le fantasie del futuro. Un tentativo di affresco che tracci, per ognuno dei partecipanti, un frammento di identità smarrita”. —
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