Rampini: «Siamo in un’età d’instabilità e caos che ridisegna le mappe politiche del mondo»
Immagini e carte geografiche per lo spettacolo allo Storchi che il giornalista di Repubblica ha tratto dal suo libro “Le linee rosse”
MODENA . Federico Rampini sarà, il 6 maggio alle 21, al Teatro Storchi per presentare “Le linee rosse”, mappe per capire il mondo. Uno spettacolo che nasce dal suo omonimo libro pubblicato da Mondadori. Il giornalista e scrittore, corrispondente de “la Repubblica” da New York (inviato in vari paesi del mondo), porterà in scena la geopolitica, raccontando le trasformazioni mondiali negli ultimi tempi. La manifestazione, in occasione del 50ennale del Dipartimento di Economia Biagi, è sponsorizzata da Banco BPM. All’evento interverrà Salvatore Poloni, condirettore generale di Banco.
I mutamenti di confine ci sono sempre stati, ma da quando si sono intensificati e quali le cause?
«Il mondo contemporaneo ci appare un’età del caos. Una delle ragioni è che si sono allentati quei vincoli che nella guerra fredda cristallizzavano le frontiere. L’epoca della guerra fredda, dal 1947 al 1989, detto pure “l’equilibrio del terrore”, aveva creato una sua forma di stabilità, anche perversa, perché non aveva impedito conflitti terribili come la guerra della Corea e del Vietnam. Ora è venuto meno anche quell’equilibrio tra le superpotenze. È una fase di disordine e turbolenza agevolata dal declino dell’egemonia americana. C’è la Cina all’orizzonte. Ma siamo nel caos».
Trump è davvero la “bestia nera”?
«Dobbiamo smitizzare questo aspetto demoniaco, capire che cosa ha prodotto il fenomeno Trump, andando all’origine. Il declino americano è iniziato prima di lui, ci sono cause strutturali, storiche che prescindono da questo o quel presidente. A volte Trump ha dei meriti, quello di dire verità anche se in modo rozzo: per esempio che noi europei siamo dei parassiti della difesa, abbiamo vissuto sotto la protezione degli Stati Uniti pensando che non ci fosse bisogno d’investire più nella sicurezza. E ne paghiamo le conseguenze, quando ai nostri confini si affaccia l’orso russo con intenzioni non particolarmente amichevoli».
Alzare muri, barriere con filo spinato ha contagiato anche l’Italia…
«Molto prima dell’Italia, l’ha fatto la Francia. Tendo a smitizzare l’europeismo di Macron che è stato sovranista prima di Salvini. I muri a Ventimiglia e a Bardonecchia li ha innalzati lui molto prima di Salvini».
La politica commerciale cinese va guardata con simpatia o sospetto?
«Con sospetto. Ho vissuto, come corrispondente, cinque anni in Cina, entrata a far parte della globalizzazione nel 2001. Era un paese del terzo mondo, poverissimo a cui davano agevolazioni, per cui le regole che furono stabilite per il commercio tra noi e la Cina erano a loro favorevoli. Il problema è che quelle regole si ritorcono contro di noi, perché oggi la Cina è una superpotenza sul piano tecnologico, ma continua ad applicare regole a suo vantaggio. Firmare il “memorandum” con la Cina è stato un’ingenuità del governo Conte. Ma non siamo gli unici. Altri paesi europei, che ora ci bacchettano, hanno fatto lo stesso prima di noi e spesso in modo ingenuo e pericoloso».
La Germania è da ritenere sempre a capo dell’Europa?
«Non c’è possibilità di un’Europa unita senza una leadership tedesca. Ma questa Germania ha una leadership inconsistente e, quindi a sua volta, pure l’Europa».
Qual è il ruolo dell’Italia?
«Nello spettacolo c’è un colpo di scena finale con un lieto fine che riguarda l’Italia. Il nostro Paese ha un’influenza sul mondo che è sorprendente, insospettabile e positiva».
La chiesa di Papa Francesco può aiutare a risolvere il problema dei profughi?
«Il peso della chiesa mi interessa molto, perché nel mio mestiere di nomade globale mi sono sempre imbattuto nella chiesa. Nei luoghi più esotici ci sono missionari cattolici, e mi ha sempre incuriosito la diplomazia parallela del Vaticano. Oggi in Italia l’influenza della chiesa è in regresso. La chiesa conta di più in parti dell’Africa e dell’Asia dove si scontra con un islam molto aggressivo».
Cosa c’è da attendersi?
«È una fase di instabilità in cui l’egemonia, la pax americana traballa. Ciò che accade è come se dalle faglie profonde della terra riaffiorassero delle carte geografiche del passato. Sono confini di potenze imperiali, di civiltà antiche: l’impero ottomano, persiano e zarista».
I libri vanno aggiornati?
«Certamente. Ma bisogna riscoprire l’importanza della geografia e della storia che sono trascurate dalla scuola italiana». —
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