Biagiarelli ai Magazzini S. Pietro racconta le “donne di pace”
. Terzo incontro per il progetto “Lo specchio di noi_Balcani d’Europa”: domani alle 18 ai Magazzini San Pietro, Roberta Biagiarelli presenterà il suo libro “Figlie dell’epoca, donne di pace in tempo di guerra”, con foto di Luigi Ottani. Con lei e Daniela Frigieri, di Incontri Editrice, dialogherà la giornalista Valentina Lanzilli. Il volume è il risultato di un monologo teatrale che Biagiarelli porta in giro per l’Italia da cinque anni, e in ottobre sarà all’Istituto Italiano di Cultura a Bruxelles. Il libro, e lo spettacolo, richiama l’incredibile storia del Congresso Internazionale delle donne svoltosi all’Aja (Olanda), dal 28 aprile al 1° maggio 1915, in cui 1136 donne di 12 paesi si riunirono per confrontarsi e far sentire la loro voce contro la guerra.
Un evento straordinario…
«Un evento di grande modernità, anche se non c’è traccia nei libri di storia italiana. Do voce alle donne che si ritrovarono per parlare di politica e di educazione alla pace, in particolare a Rosa Genoni, la mia eroina, unica italiana al congresso, icona della moda italiana e di impegno etico, e all’americana Jane Addams, simbolo del femminismo mondiale. Nessun risultato per le politiche internazionali, ma le donne, due mesi dopo il congresso, con due delegazioni, andarono a bussare alle cancelleria dei capi di Stato di tutta Europa, per porre fine alla guerra. Nessuno le ascoltò. Ma le loro proposte saranno prese in considerazione nel 1919, anche se non vengono mai citate».
Il ‘900 che si apre e chiude con Sarajevo…
«Il ‘900 si apre con l’attentato a Francesco Ferdinando e alla moglie Sofia e si chiude con l’assedio delle truppe serbo-bosniache a Sarajevo, dove le donne sfidarono con la bellezza la barbarie nel cuore d’Europa: la mattina si vestivano eleganti per andare a lavorare passando davanti ad un nido di mitragliatrici e cecchini».
Perché ha scelto il conflitto dei Balcani?
«Nel 1998 ero a Torino per il mio apprendistato presso la compagnia teatrale. Lessi “La guerra in casa” di Luca Rastello (Einaudi), con l’ultimo capitolo dedicato al genocidio di Srebrenica, in Bosnia-Erzegovina. E mi ha cambiato la vita: sono partita per parlare con i sopravvissuti, conoscere la storia balcanica e scrivere un monologo».
Il teatro dà voce alla verità?
«È una possibilità di fare inchiesta oggi, di soffermarsi su temi in modo profondo, con sguardi a 360 gradi e una forte immersione nelle cose. Ma è un lavoro difficile da percepire».
È possibile un cultura di pace?
«Spesso è solo retorica. Penso che la pace vada coltivata tutti i giorni con le nostre azioni, come le donne dell’Aja. Anche la parola pace deve appropriarsi di un contenuto di senso. Altrimenti resta di un vuoto che pervade il nostro presente». —
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