Gazzetta di Modena

“Bangla”, storia di formazione e anelito alla libertà

“Bangla”, storia di formazione e anelito alla libertà

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BANGLA di Phaim Bhuiyan. Italia 2019

Un romanzo di formazione, un'esplorazione adolescenziale del mondo, della vita, dell'amore, declinato nell'Italia multietnica di oggi. Tutto ciò è “Bangla”, presentato con grande successo al Festival di Rotterdam. Phaim è nato in Italia, parla con accento romanesco e vive in quel “melting pot” che è il quartiere romano di Torpignattara. Regista e personaggio coincidono, raccontando della propria vita e della conflittualità tra i valori morali tradizionali della famiglia e i costumi liberi dei coetanei. La vita di Phaim è come lui la mette in scena con evidente sincerità, è un'energia giovanile imbrigliata in quelle ancore familiari che pure non condanna. Come le opere d'arte della galleria in cui lavora. Sarà Asia con i suoi stimoli a provocare le prime incrinature, proprio come quando la ragazza si avvicina agli oggetti esposti, provocatoriamente suscitando l'allarme dei sensori. Sensori che suonano come avvertimento a non avvicinarsi, come sono i comandi del mentore musulmano della comunità, che pure alla fine rivelerà le sue debolezze. La vita di Phaim è un anelito alla libertà, al passare da quei vasi al chiuso protetti da raggi laser, all'arte libera della street art, di quel grande murale che campeggia a Torpignattara, contemplato dai due ragazzi. Phaim si mostra un regista spigliato ed emancipato come il suo personaggio nella fase più matura. Usa uno stile accattivante fatto di continui passaggi onirici, di momenti di interruzione del flusso narrativo e della convenzione cinematografica, quando parla rivolgendosi alla camera. C'è quel brillante incipit, che inizia in soggettiva, dove Phaim inizia un sogno erotico da cliché di un film porno, dove pure non manca di sottolineare la precarietà dei fattorini che consegnano piatti a domicilio. C'è tutta la presentazione, come fossero squadre di calcio, delle varie etnie sociali del quartiere. C'è la scena al bar dove tiene insieme le due situazioni, Phaim occupato a parlare con le ragazze, mentre Asia si avvicina pericolosamente a un vecchio ma affascinante amico. Uno stile che fa venire in mente Woody Allen, ma anche quello che è stato un film innovativo nel cinema italiano come “Tutti giù per terra” di Davide Ferrario. Il film si chiude ancora con una soggettiva, che non combacia però con quella del protagonista. Ce ne andiamo, lo lasciamo in quel momento di intimità e ci congediamo chiudendo quella porta che è stata lasciata incautamente aperta. Che succederà? Una storia d'amore si può sospendere se uno dei due partner deve andare a Londra. Succedeva allo stesso Allen alla fine di “Manhattan”: ci sono precedenti illustri. E non si può non notare che in un'Italia che chiude i porti, una ventata di freschezza, nel melenso panorama del cinema italiano, arrivi da uno straniero di seconda generazione. —

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