“L’ombelico del mondo” esplorato da Barbolini
La recensione. Un viaggio sentimentale che ricostruisce una Modena “eccezionale”
Diviso in tre parti, più una Ouverture, un Congedo e un’Appendice, l’ultimo libro di Roberto Barbolini, “L’ombelico del mondo” (ed. Asterione, 16 euro) è forse l’opera meno etichettabile fra le tante già di complessa classificazione dello scrittore/saggista modenese.
Romanzo per frammenti? Raccolta di brevi saggi? Diario di una vita condivisa con i grandi del giornalismo, della letteratura, della musica, ma anche con personaggi da considerarsi “minori” solo per la notorietà, non sicuramente per spessore umano e culturale? “Psicogeografie tra l’Appennino e il Po” è il sottotitolo della prima parte, dove in sostanza si ridisegna una mappa di Modena e dei suoi dintorni mettendo in evidenza alcuni dei caratteri distintivi della sua geografia culturale; ed è qui che non potremmo non incrociare, per esempio, le figure di Antonio Delfini o Ciro Menotti, di un Emilio Mattioli come pure degli sbiellati del Circolo della Biella.
La seconda parte invece propone una teoria di “Anime e sagome” dove emergono amici e maestri dell’autore, da Giuseppe Pederiali a Edmondo Berselli, da Giorgio Giusti a Francesco Guccini e tanti altri, in una sorta di dialogo tra il reale e l’immaginario con le figure che Barbolini avverte come peculiari compagni di strada.
Nella terza parte, intitolata “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori”, compaiono alcuni ritratti di esseri straordinari, dal mitico falsario reggiano Marcy al finalese Rubino Ventura divenuto comandante dell’esercito di un sultano, o all'avventuroso Felice Pedroni, trasformatosi in Felix Pedro, padre dell’Alaska mineraria.
Dunque, un ennesimo “Viaggio sentimentale intorno alla Città della Potta”, come recita il sottotitolo del volume? Assolutamente no, o, meglio, non solo. Messo in evidenza che pure qui torna la costanza dell’attaccamento alle proprie radici di Barbolini, che ha presto lasciato, per lavoro, la propria città (pur non avendola in verità mai davvero abbandonata), dobbiamo rilevare come il libro sia piuttosto una sapida esplorazione della contemporaneità, colta in alcune delle sue manifestazioni più esplicite così come negli anfratti di un quotidiano che la racconta meglio di qualsiasi saggio storico. Qui probabilmente emerge il talento critico di uno dei più interessanti interpreti delle nostre vicende culturali: Barbolini riesce ad entrare negli argomenti testuali e nei vezzi comportamentali con una sagacia assai rara, figlia di una ampiezza di competenze ed esperienze di cui si giova, in particolare, anche la sua scrittura, inconfondibile nello stile e nella poliedricità.
Insomma, un libro come questo diviene un’esperienza tutta particolare, per un modenese come per chi non lo è, per le infinite suggestioni che è in grado di evocare sul piano strettamente narrativo quanto su quello critico, con un’Appendice che evoca la profonda ferita inferta ai luoghi modenesi dal terremoto, che ripresenta il tema delle radici dell’autore benché, nel gioco letterario, l’occasione diventi un modo per esorcizzarne, in certa misura, l’angoscia, con strumenti come l’ironia, l’umorismo, la satira. Avvicinabile, sotto diversi aspetti, a una carnascialesca sfilata di tipi umani, e non solo, o ad una sardonica danza macabra, questo libro è l’ennesima conferma delle qualità letterarie di uno scrittore che sa descriversi e descriverci veramente come pochissimi altri nel panorama letterario contemporaneo. —
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