Gazzetta di Modena

Bellocchio, un’indagine sulla natura del pentimento

 Bellocchio, un’indagine sulla natura del pentimento

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IL TRADITORE di Marco Bellocchio. Italia 2019

Mettendo in discussione la natura del “pentimento”, Marco Bellocchio ricrea i grandi processi alla Mafia, quando Tommaso Buscetta divenne un informatore decisivo nel far incriminare i capi di Cosa Nostra. Ciò che sorprende maggiormente su questa commedia drammatica è quanto essa sia lineare. Considerato il suo soggetto (Tommaso Buscetta, il capo più alto in grado di Cosa Nostra a “cantare” con gli inquirenti), ci saremmo aspettati che il regista sviluppasse un dramma teatrale sulla falsariga, ad esempio, del suo precedente “Vincere”. Invece, nonostante alcuni spunti operistici che richiamano il complesso della sua opera, Bellocchio sembra ammettere che gli elementi teatrali “reali” sono già così istrionici in se stessi che l'unico modo di trattarli sia quello più diretto possibile, quasi da inchiesta televisiva. In conseguenza, il film appare stranamente un po' anonimo per gli standard bellocchiani. Chiaramente, è pur realizzato da un maestro del cinema, che ha deciso di affrontare la natura del pentimento (un tema non nuovo nella sua filmografia), ed è tutt'altro che banale e superficiale. Lo spettatore non perde mai la sua concentrazione su ciò che accade: però non ne viene mai colpito in modo profondo. Tutta la suspense ruota attorno alla figura di Buscetta: un uomo che tradisce Cosa Nostra convinto però che non sia lui a tradirla ma i Corleonesi di Totò Riina, i rivali del suo schieramento palermitano. Perciò, dice il film, non si sente né uno spione né un infame. La sfida di Bellocchio è proprio questa: rendere un personaggio duplice, forse triplice, senza farne un eroe o un furfante. Una ambiguità tipica del cinema di Bellocchio, peraltro. Nonostante ci scorrano davanti le immagini dei fatti italiani tra gli anni Ottanta e i Novanta, con in primo piano, naturalmente, la strage mafiosa di Capaci del 23 maggio 1992; nonostante la cura di ricostruzione degli ambienti e delle atmosfere e la cifra di “realtà” della sua materia, “Il traditore” non è un film “storico” nel senso tradizionale. Ciò che preme a Bellocchio è rendere il personaggio Buscetta, con le sue finte ingenuità, le sue reticenze. La faccia di Favino rimane impassibile per tutto il film, impermeabile a qualsiasi dramma. A tratti, pare addirittura che Buscetta sia una sorta di Forrest Gump riportato a misura delle lupare siciliane, un irresponsabile “idiot savant” che possiede una verità superiore sulle cose che ai comuni mortali è preclusa. Per altri versi, però, Buscetta pare la quintessenza dell'egoismo. Sono questi i momenti migliori del film, quelli in cui la macchina da presa scruta il volto del protagonista e sembra interrogarsi (interrogarlo) sulla sua natura più profonda. Del resto, ogni essere umano è un enigma per gli altri. Il resto del film, le scene alla “Padrino” o alla Scorsese, sono di scarso interesse. —

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