Il viaggio di Piero Pelloni tra l’Alto Appennino e la riscoperta degli affetti
. Piero Pelloni è vissuto tra i colori, le opere d’arte di suo padre Tino. Impossibile non subire il fascino della creatività del genitore che aveva lo studio in via Rismondo. Un pittore molto noto era (e molti lo ricordano bene anche ora) Tino Pelloni, morto nel 1981, all’età di 86 anni, per la sua pittura di tenerezza d’immagine, di impalpabile pennellate, tanto da essere annoverato tra i maestri del “chiarismo”. La sua vita è stata tutta dedicata all’arte, svolta con impegno sacerdotale. Anche Piero ha intrapreso la strada della pittura che non ha praticato a tempo pieno, perché la laurea in lingue e letterature straniere lo ha portato all’insegnamento della lingua inglese negli istituti superiori. La sua ricerca, pur percorrendo in parte le orme del padre, ha trovato connotazioni personali e rievocative personali, con una rappresentazione della natura, di evidenza realistica con richiami al fiume Panaro, alle colline ma anche all’Alto Appennino che Piero ama molto. Luoghi, come l’abetaia, dove la natura è incontaminata, a cui l’artista adegua una pittura di purezza, di illuminazione e quindi di festosità. E i paesaggi acquistano una variabilità: recano la scoperta di particolari carezzevoli, di stupore (siepe, albero, cespuglio). Piacevole la tessitura cromatica che pare accarezzare in modo amorevole il clima sereno del mondo vegetale che il pittore esplora con sguardo incantato, soffermandosi anche sui valori atmosferici.
Nella mostra al Centro Studi Muratori, aperta fino al 16 giugno (dalle 16.30 alle 19.30, chiusura: lunedì e martedì), c’è una sezione riservata ai luoghi familiari, all’atelier di Tino, all’ingresso, all’abbaino, ai quadri alle pareti, su cavalletti, o ammucchiati in un angolo, alle composizioni, fatte di bottiglie e conchiglie, di mandolino e ventaglio, del cappello di Pierrot. È la riscoperta di un mondo di affetti, di relazioni, un viaggio nel tempo di gioiosi ricordi e di malinconie. Piero avverte l’esigenza di riqualificare le esperienze del passato con una struttura disciplinata che sconfina anche nell’astrazione. Sobria è la modulazione di forme di sensibilità coloristica che sostengono il carattere di una pittura che vuole stabilire profondi legami sentimentali, nella continuità della creazione artistica. Piero ha tenuto diverse mostre personali e ha partecipato anche alla Quadriennale di Roma, nella sezione giovani, nei primi anni Sessanta. Un bel risultato per un giovane, per il fatto che la Quadriennale è stata un evento di grande prestigio in Italia. —
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