Sassuolo, alla Consolata un teatro di verità con i rifugiati del progetto Sprar
Un racconto di guerra, viaggi e sbarchi La regista: “Non ci salveranno i fili spinati”
SASSUOLO. “Questo è il mio nome” è il titolo dello spettacolo del Teatro dell'Orsa, con attori rifugiati del progetto Sprar di Reggio Emilia, gestito dalla cooperativa sociale Dimora d'Abramo, che va in scena stasera, alle 21, alla Parrocchia S.S. Vergine Maria Consolata. . Lo spettacolo è da circa quattro anni in tour in tutta Italia ed ha ricevuto, tra l'altro, il premio del pubblico al Festival di Resistenza, Premio Museo Cervi - Teatro per la Memoria a Gattatico (Re) ed è stato selezionato al Festival I Teatri del Sacro 2017.
«Viviamo un tempo buio, di sguardi torvi, di sospetti che accendono paura, di chiusure, di perdita di umanità - spiega Monica Morini che insieme a Bernardino Bonzani ha firmato l'ideazione e la regia - Non ci salveranno i fili spinati, per tessere futuro occorre un filo nuovo, limpido, che intreccia ascolto e memoria, che porta al riconoscimento dell'altro come risorsa e non come fardello. Il teatro è una zattera di senso, porta frammenti di noi dal passato e dall'altrove, prova ad allenarci alla vita, nella complessità, nella fragilità di cui tutti siamo impastati. Il teatro fa lo sgambetto ai pregiudizi, alla propaganda, alle parole urlate e con un soffio ci mette davanti alla verità nuda».
«Questo gruppo è nato nel 2015 - sottolinea Bernardino Bonzani - I nostri attori, insieme a molti altri che frequentavano il laboratorio, erano arrivati da poco e si trovavano nella condizione di “richiedenti asilo”. Allora la memoria degli sbarchi, del grande viaggio dai paesi in guerra attraverso il deserto, l’inferno della Libia e poi le carrette del mare erano ferite aperte». In ogni rappresentazione vengono modificate battute e si prova a costruire nuove scene. Questo accade grazie ai cinque attori che hanno scelto di continuare l'esperienza teatrale inizialmente vissuta come richiedenti asilo. Lo fanno oggi in una veste di lavoro professionale in teatro. «“Voi siete felici?” è la prima domanda rivolta al pubblico - spiega Annamaria Gozzi, collaboratrice alla drammaturgia di Questo è il mio nome - E dalla parola, felicità, parte la trama dei racconti. I cinque attori sul palco non danno voce solo alle loro storie, sono portatori narranti di migliaia di altri giovani rifugiati, anche di chi non ha mai toccato il suolo d’Europa». In scena: Ogochukwu Aninye, Djibril Cheickna Dembélé, Ousmane Coulibaly, Ezekiel Ebhodaghe e Lamin Singhateh. Al termine dello spettacolo, il pubblico potrà dialogare con attori e registi. —
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