Anche noi travolti dall’onda pulizionista che porta via la nostra panchina preferita
UGO CORNIA
Sento voci sempre più frequenti del fatto che alcuni commercianti di piazza S. Eufemia abbiano chiesto o vogliano chiedere al comune di togliere quelle panchine presenti nella piazza. Ci sarebbe un problema di degrado urbano e le panchine sarebbero quelle cose che danno modo al degrado di radicarsi in S. Eufemia. Vorrei subito fare outing e dichiarare che una parte di quel degrado sono io.
Mi ci siedo spesso su quelle panchine a chiacchierare bevendo una birra con un altro mio amico, persona per me altamente piacevole da frequentare per fare chiacchierate di pregio che mi fanno crescere il tenore culturale della città evitandomi di dover prender la macchina per andare fino a Reggio Emilia o a Bologna, nel caso che senta il bisogno di fare due chiacchierate di pregio che non vertano unicamente su figa e consimili (cose che mi piacciono molto, ma ogni tanto ho anche voglia di qualcos'altro). Il mio amico quindi, insieme a me, è una delle altre parti del degrado, d'altronde è anche di origine meridionale e di reddito non alto (come me del resto).
Devo dire che per me la panchina, pur essendo anche qualcosa di adatto a ospitare di notte qualche sventurato che non sa dove dormire, mi ha sempre dato l'idea di una città dove si faccia una vita piacevole, signorile, la panchina mi sembra proprio il segno dell'agio di un luogo, vedi Parigi quando era una capitale mondiale. La panchina ha qualcosa della vecchia borghesia. E da bimbo ho passato molto tempo a mangiare gelati su panchine di Modena con prozie molto borghesi e benestanti, che mi raccontavano bellissime storie. Ogni volta che sto su una panchina mi viene in mente che uno dei capolavori di Beckett, l'unico suo scritto fortemente autobiografico, è ambientato su una panchina che guarda una particolare finestra.
E in ogni caso se vedo varie panchine mi viene subito da pensare a Proust, non so il perché. Mentre tutte le volte che vado in posti dove non ci sono panchine capisco che sono luoghi dove non è stata progettata una bella vita. Mi sembrano un po' dei buchi di culo di città. Dunque se una città vuole diventare un buco di culo di città a me va benissimo, ormai io potrei essere felice anche dentro un cesso, mi arrangio a modo mio. Non passerò mai più da S. Eufemia, di conseguenza non ci acquisterò mai più nulla, d'altronde io ho pochi soldi, il mio amico ha pochi soldi, facciamo pochi danni. Arriverà il turismo ricco. Noi invece andremo in periferia. Era già da due anni che spesso andavamo in un bar gestito da cinesi in una periferia raggiungibile facilmente in bicicletta. Ci era rimasta soltanto la panchina di S. Eufemia, ma non sarà certo una gran perdita. Usando un linguaggio che non mi piace e che non sento molto mio dirò che è già da qualche anno che i centri sono belli e eccitanti come delle puttane, quindi possono donarti soltanto degli orgasmi da poco.
Certo, tra tutti quelli che hanno fatto parte degli strabilianti movimenti antifascisti che si sono visti a Modena in questi ultimi giorni, a difendere una città medaglia d'oro della resistenza dagli attacchi di una destra retriva, qualunquista, ignorante e anti-professoroni, io mi sarei aspettato che almeno uno di questi avesse letto uno di quei 10000 studi di sociologi riguardo la destra e il suo amore per le politiche antidegrado. Per origine familiare io mi sono sempre sentito mezzo bolognese, e a Modena un po' per caso. Può darsi che un giorno mi sentirò 100% bolognese. Anche se una mia amica modenese mi rinfaccia proprio adesso di aver detto qualche anno fa che non ero più mezzo bolognese a causa delle politiche antidegrado del “Cinese”. Forse dovrò trasferirmi in montagna in attesa che finisca l'onda pulizionista. —
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