Nella metafora degli zombi la fine del sogno americano
I MORTI NON MUOIONO di Jim Jarmusch. Usa 2019
A 67 anni suonati, il ragazzo dell'Ohio non ha perso un grammo del suo spirito battagliero e ironico: cast da applausi per l'ennesimo inno del regista americano all'indipendenza e alla libertà. In questo caso, con un procedimento rovesciato: si dipinge una società in cui ormai il Grande Misfatto si è compiuto, sopravvivono soltanto i morti, non più gli amanti del precedente film di Jarmusch (vampiri, peraltro). Zombi, che si aggirano per la cittadina simbolica di Centerville, l'eterna small town di letteratura e cinema americani; zombi che sussurrano le paroline magiche degli oggetti che amavano quando erano in vita (“chardonnay”, “smartphone”). Schiavi della società dei consumi erano, e schiavi rimangono, dunque. Jarmusch si serve della metafora degli zombi, come già di quella dei vampiri, o dei fanatici di Elvis, o dei samurai, per affondare il bisturi nelle piaghe di una società che giudica ormai cotta, deprivata del soffio vitale. Un tempo, il mondo per lui era “strano e meraviglioso”, (“Stranger Than Paradise”); ora è, semplicemente, un “mondo di merda”, nelle parole che chiudono il film, pronunciate dall'unico personaggio “altro” rimasto, l'Uomo dei Boschi Tom Waits, con la sua capigliatura da Klingon. La morale della favola nera è affidata a lui, che scruta col binocolo, da dietro il fogliame della wilderness rimasta, il definitivo tracollo della comunità umana. Una comunità che abita i luoghi tipici della banalità e superficialità a stelle e strisce, il diner, il motel, la gas station, la farm, l'auto della polizia, il funeral home... Tutti questi luoghi, quelli che hanno fatto dell'America un simulacro perfetto o un gigantesco ologramma, sono presidiati dai vari personaggi del film e difesi con le unghie e con i denti, invano. Tutti soccombono alla marea indistinta e cloroformizzata degli zombi, tranne Zelda che si rivela essere un alieno e viene risucchiata su una navicella spaziale giunta sopra la cittadina, in un curioso rovesciamento dello schema melodrammatico tipico della fantascienza americana degli anni '50, con l'Alieno che giunge a insidiare le virtù morali e materiali della small town. E la metafora degli zombi è perfetta per rendere la fine del Sogno Americano, con cui forse lo stesso Jarmusch si era cullato per un po' (ancora, in “Paterson”). Nel paesaggio apparentemente pacificato di questa America devitalizzata la morte - la “pace eterna” - ha trovato il suo domicilio ideale, e il canovaccio dell'horror - con i suoi zombi ed anche con i suoi serial killer - è qui a dimostrarlo. In una società ovattata, immersa nel verde, pacificata, conviviale, dietro tutto questo armamentario di sopravvivenza che prolunga, o dovrebbe prolungare, la vita dei cittadini americani fa capolino la terribile domanda: siamo ancora vivi, dopotutto? —
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