Gazzetta di Modena

Sassuolo. Il grano, gli anarchici, il rock I figli e i nipoti di Vasco sulla via Emilia «che canta»

Arianna De Micheli
Sassuolo. Il grano, gli anarchici, il rock I figli e i nipoti di Vasco sulla via Emilia «che canta»

La nuova generazione di musicisti a km 0 domenica sera in piazza a Sassuolo Cerlino interpreta i loro testi. Poi la “gara” che, infondo, hanno vinto un po’ tutti

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SASSUOLO «Emiliani nel sangue anche se solo a metà, da piccoli sognavamo di diventare rockstar, ne abbiamo così tante che possiamo esportarne assai, da Liga a Nek a Vasco Reds». Esordisce così Fortunato Cerlino, con le parole di Cotty e Frank.

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Per poi interpretare uno dietro l’altro – in realtà è un rincorrersi di incisi, il tempo è infatti tiranno – i dieci testi arrivati in finale a Sassuolo. «Io non capisco la gente che non ci piace l’Emilia, è una terra che sorprende e a volte ci meraviglia» recita Cerlino citando Marco Sforza. Per poi meravigliarsi anche di quella «tua vecchia casa (che) è sempre là, tra il grano e i papaveri». Un luogo della memoria cantato dalla giovanissima ma assai talentuosa Marianna che con i suoi 19 anni pare in grado di tenere testa a chiunque.

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Dieci canzoni, ognuna forte delle proprie peculiarità, che Fortunato Cerlino, il Don Pietro Savastano di Gomorra – ruolo che ne ha fatto attore “pop” ma che certo non esaurisce la sua brillante carriera artistica – ha recitato con un registro pensato ad hoc per ogni incipit. «Gli uomini d’Emilia – e Fortunato incrocia lo sguardo di Luca, autore di “Bassa’s men” – hanno occhi sinceri, non temono gli anarchici non han paura dei pensieri...». E ancora «cosa dire – si chiede Vanni – a una vita che nasce con un filo di voce?». Forse che esistono persone come Davide: «Ho trascorso vent’anni affacciato ad una finestra, a guardare una lingua d’asfalto che sa tanto di me». O come Michela, che ricicla oggetti così come dona nuova voce a valori antichi: «Radici forti, alti i ponti. Gente che lotta, crolla, ma si rialza». «Drinking blue in Copacabana – chiude l’attore, quasi il brano dei Moka Quartet fosse un ultimo brindisi dal gusto internazionale – write this song solo por ti, dalla lunga panamericana alle stelle di Modena».

Brani, si diceva, forti di un significato non univoco. Nonostante le ricorrenze. Ligabue, Vasco e compagnia cantante, l’orgoglio di un’identità forte che si veste di nebbia e profuma di grano. E poi la scontata evocazione di Jack Keorouac, autore di quel romanzo cult (Sulla strada 1951) che tutti vorrebbero aver scritto (peccato che resti nel dimenticatoio “La strada” di Cormac McCarthy: forse la narrazione post apocalittica non incontra proseliti lungo la via Emilia).

Ma entriamo nel merito. Matteo Frassineti, sassolese doc, è il vincitore con “Dove vorresti andare”. Si conoscono «dall’antichità» Cotty e Frank (al secolo Davide e Francesco) che antichi non sono affatto. 24 anni il primo, 20 il secondo, e secondi classificati con “God Bless Emilia”. E sarà pure che a qualcuno «non ci piace» l’Emilia ma «L’Emilia che canta», firmata da Marco Sforza, entusiasma chiunque (premio miglior testo). Così come la voce meravigliosa di Marianna Di Mezzo (“Un ballo con te”), a nostro avviso da podio iridato. Senza nulla togliere a Luca Bacconi che con “Bassa’s men”, «un testo che da tempo avevo nel cassetto» ha ricordato che il Po nulla ha da invidiare al Mississippi. Gli uomini d’Emilia sono infatti «bluesman pacati, vivono in pianura e nei campi allagati».

Medaglia di bronzo, grazie a “La Margherita e il grano”, è Vanni Cigarini, spirito libero che ha imparato dagli animali a guardare il mondo da diverse angolazioni. C’è chi invece, al pare di Davide Turci, cantautore-infermiere laureato in musicoterapia, il mondo lo rivela nel proprio disincanto. «Qui il passato ha lo stesso sapore delle puttane, dei resti a terra di un lunotto frantumato». Per lui “La via Emilia” – titolo del testo – rimane quello che è. Da sempre. Forse anche emblema di amore. Come in fondo è per Andrea Annecchini (“La strada”). O di tenacia. Quella stessa tenacia che al pari dell’energia non fa difetto a Michela Costi – “Devi camminare” – il cui angelo custode è Lorenzo Confetta, «collaboratore per tutto».

Michela sul palco “vive” in famiglia, stretta tra Irene, la figlia dodicenne corista e il fratello Fabiano, scatenato alla batteria. Non così del Moka Quartet che con “Mi nueva casa” costruisce un ponte di suoni e parole tra Modena e Sud America. Il loro credo? Stare fuori dalla gabbia, pure sul letto di morte. –


 

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