«Io chitarrista per colpa di Keith Richards e dei prezzacci che mi faceva Paolo Belli»
Gli inizi, gli aneddoti, i successi di uno dei più grandi musicisti italiani ora in tournée con i «grandi amici» Pausini e Antonacci
È tutta colpa di Keith Richards. Perché quel rift di Start Me Up, leggendario pezzo dei Rolling Stones, è il pugno nello stomaco che gli cambia la vita, la spinta che lo scaraventa nel mondo musicale. «Ho sentito quel pezzo, mi ha folgorato e ho deciso di fare il chitarrista».
E Massimo Varini, 49 anni il 30 luglio, diventerà uno dei chitarristi più bravi d’Italia e del mondo. Lo abbiamo intercettato in un momento di pausa del tour che sta effettuando con Biagio Antonacci e Laura Pausini alla viglia della partenza per la tappa Pescara. L’incontro è nel suo studio di registrazione dove l’arredamento è composto da chitarre: «Non so quante ne ho, tante e mi ci affeziono. Ma se fossi costretto a sceglierne due mi terrei la mia vecchia Hamer elettrica e una Martin OM42 acustica».
Quella di Massimo Varini è una storia tutta da raccontare perché, per arrivare in paradiso e diventare un lead guitarist a livello mondiale, la gavetta può essere durissima.
«La mia prima chitarra me la fece trovare mio padre. Avevo 12 anni, ero appena stato operato di appendicite e quando tornai dall’ospedale mio padre mi fece quel regalo. La molla non è scattata subito ma quando, seguendo un programma di Vincenzo Mollica, ascoltai Start Me Up dei Rolling Stones. Decisi che dovevo fare il chitarrista e andai a lezione da Gianpaolo Lancellotti che era il batterista dei Nomadi, ma insegnava un po’ tutti gli strumenti. Dovevo però lavorare per aiutare la mia famiglia. Avevo 14 anni quando Andrea Mazzali mi fa ascoltare il disco di Van Halen. Scatta un’altra molla e mi precipito a scuola da Beppe La Monica. Facevo 45 minuti da lui ogni quindici giorni, non mi potevo permettere di più. Ma intanto avevo tre o quattro band e suonavo ogni sera. Nel 1989 arriva l’occasione di suonare con Cristina D’Avena: salgo a Milano e i guadagni erano molto più alti di quelli di un operaio. Avevo più soldi e più tempo, così cominciai a fare dei demo e a portarli in giro ovunque. Ero già avanti e registravo le cose mie su un quattro piste che mi aveva dato Paolo Belli che faceva il commesso nel negozio Music Center di Carpi. Ammetto che mi faceva dei prezzacci. Collaboro anche con lo studio di Dino Melotti a Castelfranco e lì accade qualcosa di importante».
L’incontro con Nek?
«Sì. Melotti mi dice che c’è un ragazzo molto bravo che secondo lui ha bisogno e mi presenta Filippo. Io non suonavo solo, mi piaceva anche fare da produttore e in questa veste arrivo a Sanremo con Mietta e i Ragazzi di Meda. Non ci ho mai suonato all’Ariston con dei pezzi in gara, ma solo accanto ai big ospitati. Ma poi con Nek scriviamo, arrangiamo e registriamo Laura non c’è. Una bomba».
Che vi cambia la vita.
«Quando Laura non c’è esce a Sanremo io sono in tour con Biagio Antonacci. Nek parte a bomba e Laura non c’è diventa una hit a livello mondiale. La cantano in tutti i paesi e in tutte le lingue. Io avevo 27 anni, Filippo 26: fu un successo straordinario che portammo anche al Cremlino. A quel punto sono sempre con Filippo sia con la chitarra che con la produzione dei pezzi».
Ora sei in tour con Biagio Antonacci e Laura Pausini.
«Ho registrato le chitarre in tutti gli album di Laura dal 2001 al 2009 e suono per Biagio dal 1993. Loro sono fantastici e grandi amici: sul palco cantano le canzoni l’uno dell’altra, Biagio scrive per lei e regalano una grande emozione insieme».
Massimo, si può vivere da musicista?
«Sì, sicuramente. Non è facile perché devi essere anche un po’ camaleonte e saperti adattare ai cambiamenti. Per un musicista è importante essere preparato. Anche se suoni della musica pop, che significa popolare, devi saper suonare di tutto. Blues, Jazz, Country. La musica pop è la punta di un iceberg, ma devi saper costruire la struttura sotto. Non puoi fermarti solo alla punta che esce dall’acqua. È quello che c’è sotto che conta. E se sei bravo a farlo resisti alle intemperie. La musica cambia continuamente, devi imparare ad usare le nuove tecnologie ed essere consapevole dei tuoi mezzi. Oggi si suona tanto in digitale che sicuramente, per un chitarrista, toglie qualcosa a livello emotivo. Cambia il tuo atteggiamento nei confronti della chitarra, l’emozione è diversa, ma devi impossessarti dei nuovi mezzi. La musica è come un campo: non puoi solo raccogliere, devi anche seminare altrimenti raccogli una volta e basta. Sono riuscito a realizzare i miei sogni, io debbo tanto alla musica».
Nel 2006 hai una svolta.
«Ho smesso di fare i tour dedicandomi allo studio della chitarra acustica. Avevo bisogno di trovare una mia identità artistica, qualcosa di mio. Nel 2014 forse ho la più grande soddisfazione professionale quando Biagio mi chiama perché voleva una chitarra acustica nei suoi live. Fu una proposta importante e accettai».
Hai lavorato anche per Vasco. Come ti spieghi il suo enorme e infinito successo.
«Vasco Rossi è una religione ormai. Lui va oltre i suoi dischi, è un mito vivente. Non ha la pretesa di essere un esempio per nessuno, è un cronista di se stesso e nei suoi pezzi c’è una forte rappresentazione della realtà».
Il tuo rapporto con la chitarra?
«Tu le dai, lei ti dà. Amplifica le tue emozioni e tu le devi restituire».
Come scegli una chitarra?
«Entro in un negozio e quella che mi cinguetta la compro. Non so saprei spiegarlo diversamente».
Musica e social, come la pensi?
«Che bisogna suonare di persona, con altri musicisti. Vivere le sensazioni del palco e del pubblico. I social sono utili, ma la musica si suona».
Per quanti artisti hai lavorato?
«Partiamo dalla lettera A? Beh facciamo prima: Antonacci, Amoroso, Bertè, Bocelli, Ramazzotti, Celentano, Pausini, Dolce Nera, Vasco, Nek, Renato Zero, Patty Pravo, Marrone, Morandi, Renga, Vanoni, Grignani... Dimentico qualcuno?».
Un maestro sa anche insegnare. I tuoi manuali hanno ispirato e aiutato migliaia di chitarristi.
«Quando imparo qualcosa mi piace trasmetterlo. Sono stato un apripista nell’insegnamento sul web e nel 2006 avevo già un mio canale su Youtube. I numeri dicono che centomila chitarristi hanno iniziato a suonare con il mio manuale per principianti. Mi piace interagire sui social e ho altri 15 libri in programma nei prossimi 9-10 anni. Sono stato anche il primo a togliere i dvd dai manuali e usare i quarkode. Mi piace la ricerca, mi piace trasmettere quello che so agli altri. E, se ho aiutato qualcuno ad essere più felice, per me è una gioia enorme».
Dai anche lezioni private?
«Non a tutti. Solo a chi fa il chitarrista per professione. Non ho tempo, sono sempre in giro. Negli ultimi due mesi abbiamo provato 12 ore al giorno per il concerto di Laura e Biagio».
Non insegneresti nemmeno a tuo figlio Leonardo?
«No. A lui piace ballare, se volesse imparare a suonare la chitarra lo manderei da un altro insegnante». —
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