Gazzetta di Modena

cantine degli scolopi 

“L’archeologia del Novecento” nella pittura iperrealista di Passini

M.F.
“L’archeologia del Novecento” nella pittura iperrealista di Passini

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FANANO. È rimasto fedele ad una pittura di realtà delle cose Gioacchino Passini, durante la sua ultra quarantennale attività artistica, iniziata a 17 anni con una mostra a Fanano, suo paese natale, dove nel 1986 ha tenuto anche un’altra personale, in occasione del V Simposio Internazionale di Scultura su Pietra.

E a Fanano l’artista, che vive e lavora a Crespellano di Bologna, è tornato per una rassegna antologica allestita presso le Cantine degli Scolopi. E qui presenta, fino al 25 agosto, opere realizzate in diversi periodi e fino ad oggi, con una sbalorditiva rappresentazione di oggetti di meccanica e di elettronica. Un sacchetto bianco da cui fuoriesce della frutta o una foglia secca sembrano richiamare le composizioni di mele, pere, uva, limoni, prugne, melograni, peperoni, concepite con una vitalissima eleganza d’immagine, già dagli anni Novanta, che l’artista ha mantenuto nel tempo.

Ma il nucleo fondamentale della mostra è costituito da una maschera, una lampada spenta, maschera antigas, qualche carburatore, un lucchetto, una mascherina di protezione per gli occhi, tre battenti di porte, un regolatore per il gas, una chiave che Passini chiama “Archeologia del Novecento”. «Gli oggetti, trovati nei mercatini, presso i commercianti che vendono cose vecchie - spiega - mi piacciono, mi danno sempre delle emozioni, perché recupero in essi la profondità di storie e di memorie. Richiamano la manualità, il lavoro dell’uomo. Sono custodi del tempo che passa. Non si usano più, ma conservano il loro fascino dello scorrere delle cose. Acquistano, nella pittura, concretezza di forma e riescono a sopravvivere nel colore e nella luce».

Il critico Franco Basile sostiene che «Passini lascia che polvere e ruggine si facciano complici di un processo che offre alle cose la possibilità di una seconda vita». E ciò è possibile attraverso un processo creativo capace di conferire alle immagini caratteristiche di meraviglia, sostenute da una vigorosa e sentita potenza di esecuzione che perviene ad esiti iperrealistici. “Nulla è casuale - nota Valeria Tassinari - e nulla esplicitamente motivato, in questa progressiva documentazione delle icone marginali di un’epoca”. In mostra anche le rose, realizzate negli ultimi tempi. «Si pongono - dice l’artista - nella loro dimensione di bellezza, come una sorta di speranza per il futuro». La sua meticolosa tecnica deriva dal lungo tirocinio di riproduzione di opere di maestri del passato, come Raffaello, Caravaggio, Salvator Rosa, i Preraffaelliti e i Surrealisti. Un lavoro svolto con piena lucidità e con la sensibile e nobile educazione, acquisita presso il Conservatorio Musicale di Bologna. —

M.F.



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