Gazzetta di Modena

parla lo scrittore modenese 

«Un mood retrò anni Trenta per dare vita al “mio” musicista»

Cristiana Minelli
«Un mood retrò anni Trenta per dare vita al “mio” musicista»

Roberto Barbolini spiega la genesi del suo lavoro  “Buongiorno, Maestro!” uno spaccato della Milano anni 30 in cui visse l’artista 

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Il civico numero 14 di via de Albertis a Milano, nel racconto “Lo spartito” di Roberto Barbolini, è un po’ come il numero 17 di viale dei Ciliegi in “Mary Poppins”: il bandolo dal quale si dipana l’intera matassa narrativa. Proprio qui, in un’atmosfera anni Trenta, Liberty quanto basta, che si prende, da sola, gran parte della scena, prende avvio il testo originale che Roberto Barbolini ha scritto su commissione dei Musei Civici di Modena e della Collezione Koelliker che hanno promosso e organizzato la mostra su Oscar Sorgato. Da un’opera in mostra, l’austero “Ritratto di musicista”, Barbolini ha ricavato un testo originale, dando un’identità “in carne ed ossa” al soggetto fissato su tela dall’artista.

Come è nata la storia?

«Si tratta di un artista modenese che si va riscoprendo. Morto giovane negli anni Quaranta aveva avuto una stagione fortunata a Milano negli anni Trenta. Con l’occasione mi sono provato a immaginare la storia e la vita di un uomo senza nome, un po’ incolore, un po’ anonimo, con un foglio in mano. Musicista, secondo il titolo dell’opera. In mano sembra tenere uno spartito. Sono partito da qui».

Ha scelto lei l’opera alla quale ispirarsi?

«No, ma appena ricevuto l’invito ha preso vita questa “persona”. Un mediocre musicista, insegnante di solfeggio al Conservatorio, che odia il Maestro, con il quale lui, professore d’orchestra, è in aspro contrasto anche perché quello si vanta di essere amico di Toscanini».

Cosa accade?

«È soprattutto un racconto d’atmosfera. Restituisce il mood un po’ retrò di una Balilla 508 Fiat nuova fiammante, tessere del Fascio, polizia fascista, (quell’OVRA che tutti temevano, dato che tutti potevano essere oggetto di chiacchiere “canarine”), e quel milieu condominiale dei tempi andati, governati da una portinaia inguainata “nella sua scagliosa vestaglia come un armadillo nel suo carapace” che bisogna tenersi buona».

Il personaggio vivificato come Eugenio Maldifassi, musicista suo malgrado, ragioniere in pectore, da chi le è stato ispirato?

«Direttamente guardando negli occhi il soggetto ritratto da Sorgato. L'atmosfera l'ho mutuata da una memoria familiare che si rifà a un mio zio, avvocato Eugenio Barbolini, scapolo e senza tessere ai tempi di cui si narra, a modo suo un po’ anarchico, che viveva proprio nel caseggiato Liberty di via de Albertis 14 a Milano. Fra un’avventura galante e l’altra».

Che ne è del musicista?

«Preso lo strumento, piuttosto pesante per la verità, perché si tratta di un violoncello, per così dire sottobraccio, il protagonista di questa storia raggiunge il resto dell’orchestra, al Conservatorio Giuseppe Verdi. Qui, a parte alcune divagazioni su Verdi stesso, finisce oggetto di scherno, da parte degli orchestrali. Come in “Prova d’orchestra” di Federico Fellini, un collega, il controfagotto, lo ha canzonato, incollandogli i fogli dello spartito».

Se dovessimo dirla in due battute?

«È la storia di un frustrato, uno che a un certo punto si chiede di chi siano le mani che incarnano i suoi gesti».

Comunque sia, non sta bene dire come va a finire. Quindi lasciamo in calce un interrogativo che si rivolge, in quanto “persone”, a ognuno di noi: “Di che cosa mai sono capaci i suoni? Sanno ridere, piangere, camminare; di certo sanno anche raccontare, sorprenderci, ingannarci. Soprattutto ingannarci. Non capite, dunque, non afferrate che tutti voi e tutti gli angeli, gli arcangeli, gli dèi, i signori; tutti gli arconti, tutti i grandi invisibili, tutti gli abitanti del mortifero luogo di mezzo, e voi tutti che vivete nella gloria effimera e imperitura del golfo mistico; non capite che tutti quanti insieme - facciate parte di un’orchestra popolare stonata o d’una fanfara militare formata di soli strumenti a fiato - provenite da un’unica e identica pasta, siete frutto della stessa miscela?”. —

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