Gazzetta di Modena

«”Tralummescuro”, la mia ballata per Pàvana inno a una montagna che ormai non c’è più»

Michele Fuoco
«”Tralummescuro”, la mia ballata per Pàvana inno a una montagna che ormai non c’è più»

Il cantautore celebra il paese della sua infanzia facendolo diventare protagonista di una storia di nostalgie e rimpianto

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Michele Fuoco

«Noi da queste parti abbiamo quest’ora, un’ora che è di tutti, un’ora che è pace e presagio. La chiamiamo “tralummescuro”: tra luce e notte». E “Tralummescuro” (Giunti, pp. 288, euro 19) è il nuovo romanzo di Francesco Guccini, legato a Pàvana, paese delle sue radici. Il libro è presentato oggi a “pordenonelegge”.

Un romanzo percorso da un’intensa malinconia per le cose perdute. Di cosa ha più nostalgia?

«Soprattutto degli anni che non ho più. Vedo la mia infanzia, come età dell’oro, seduto a leggere al caldo dei sassi del mulino di famiglia di una giornata estiva. Un’estate che durava molto più di adesso. E poi un mondo che non esiste più. Adesso viviamo meglio, ma in maniera diversa. Allora si prendeva il mondo con più calma. Non c’era nemmeno il telefono fisso. Ma la gente si incontrava lo stesso, viveva lo stesso, con un passo più lento. C’erano tante cose che sono scomparse».

La rievocazione avviene attraverso personaggi?

«Il personaggio è il paese stesso, come le case spesso vuote, i camini che non fumano più d’inverno…».

Quanta biografia corre nei suoi libri?

«Ho scritto otto gialli. Biografia poca. Soprattutto l’Appennino bolognese e pistoiese. Purtroppo conosco poco l’Appennino modenese. La biografia c’è in quattro romanzi, a partire da “Comics”, e poi “Vacca di un cane” che parla di Modena, “Cittanova blues” che parla di Bologna”. E quest’ultimo».

Un attaccamento infinito, incondizionato a Pàvana. Quale parola può definire oggi il suo paese?

«Imprinting. Crescere in un mulino ad acqua dà un imprinting particolare. Sono nato a Modena e per i primi cinque anni ho vissuto a Pàvana. Un periodo in cui si impara a parlare, a muoversi. Quindi è quassù che ho le radici».

Il sottotitolo è “Ballata per un paese al tramonto”. Tramonto è il presagio di morte o di “una nuova aurora del giorno”?

«La nuova aurora non c’è, siamo verso la fine perché il nostro Appennino sta morendo e questo paese non ha più niente. È un paese di pensionati. Qui non va via più nessuno perché sono tutti vecchi. C’è stata una frana di recente e devono ancora metterla a posto, si è bloccata la statale. Qui il metano si ferma ad un chilometro di distanza e l’ospedale più vicino è a Porretta Terme».

Un amore che si manifesta anche nel linguaggio. Che valore acquista nella sua scrittura?

«Sono interessanti per me il linguaggio e il suo cambiamento. Il mio non è dialetto ma è un italiano parlato, anche se di lingue ne parlo due, il pavanese di mio padre e il modenese di mia madre. Il linguaggio offre una tavolozza di colori».

L’esperienza giornalistica di due anni, da giovane, alla “Gazzetta dell’Emilia” è stata utile per la sua scrittura?

«Forse. Mi è servita come esperienza di vita. Si incontrano personaggi. Un lavoro interessante, perché ho visto come si faceva il giornale una volta, con i linotipisti di fianco in redazione, si lavorava con il piombo, i cliché».

Per la copertina del romanzo ha voluto un’opera di Covili che pure ha parlato, attraverso la pittura, della condizione disagiata della gente della montagna.

«Covili era un montanaro come me che conosceva bene la montagna e montanari. I suoi quadri sono belli, c’è dentro lo spirito della montagna. Ma la montagna è cambiata in peggio, almeno dalle mie parti».

C’è rabbia per un mondo che va scomparendo?

«Rabbia non ce n’è, il mondo va avanti per conto suo, c’è più che altro nostalgia e rassegnazione. Forse rimpianto».

È vero, come diceva Dos Passos, che “nessuno può strappare il paese dal cuore dell’uomo”?

«Il paese è tutta la gente che ho conosciuto ed adesso non c’è più. Anche tanta gente dell’800: erano personaggi da mitizzare come fanno alcuni scrittori americani, cileni ed argentini. Personaggi improbabili, diventati miti. Anche per me, attraverso i racconti, attraverso episodi più o meno veri. Ora si è demitizzato il mondo che c’era e che mi piaceva molto».

Lei veste anche i panni del sociologo riflettendo sullo spopolamento della montagna. Pochi giorni fa, ha partecipato al Festival dell’Unità di Bologna. Il problema dell’abbandono lo ha posto anche in termini politici? In che misura i governanti potrebbero intervenire?

«C’è poco da fare. Il mio futuro è limitato per una nuova visione del mondo. La maggior parte degli abitanti è in età avanzata. Ci sono pochissimi bambini. Non c’è ricambio».

Come ha visto l’alleanza Cinque Stelle e Pd?

«Favorevole. Potrebbero fare qualcosa di buono».

Pensa di aver detto, e confessato tutto di Pàvana?

«Sto scrivendo con Loriano Macchiavelli un altro giallo, molto diverso dai miei romanzi. Ma ci sono altri progetti…».

Gli occhi non le permettono di leggere e scrivere come una volta, ma sforna tanti libri…

«Un po’ vedo, ma non a leggere. E si può scrivere anche con la lente, seguendo le ragioni del cuore». —





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