«Poca indipendenza e studi inadeguati ecco cosa penalizza i giovani italiani»
Il giuslavorista esamina la condizione dei ragazzi di oggi in relazione a formazione, lavoro e società
. «Cercherò di sfatare alcuni dei tanti luoghi comuni che circolano». Parola del professore ed ex parlamentare Giuliano Cazzola che terrà a Modena il 12 novembre, dalle 17.30 il suo intervento. Uno dei tanti, e prestigiosi, che saranno protagonisti dei “Seminari Interdipartimentali - Autunno 2019” organizzati da Unimore e in calendario all’aula convegni del comparto di via San Geminiano. Cazzola, giuslavorista e già docente di Diritto del lavoro per Università di Bologna e ECampus, si concentrerà in particolare su “Essere giovani oggi”.
Professore, quali sono i temi principali del rapporto giovani e mondo del lavoro?
«Non si tratta soltanto della possibilità di entrare nel mercato del lavoro e rimanerci stabilmente, ma di trovare un’occupazione che corrisponda alle aspettative dei giovani. Anche a Modena e in Emilia Romagna le aziende cercano manodopera che non trovano secondo le loro esigenze, mentre vi sono giovani che non riescono ad inserirsi. L’offerta di lavoro non soddisfa la domanda. Secondo me questo è il problema più grave».
Giovani-lavoro, risvolti economici e sociali.
«Il lavoro garantisce sicurezza, libertà e dignità. Spesso non si comprende l’importanza di entrare nel mercato del lavoro anche se il posto non corrisponde alle aspettative. Da noi molte occasioni vengono rifiutate e sono coperte da stranieri, mentre ormai esiste un’emigrazione soprattutto intellettuale che raggiunge 100 mila unità all’anno. Non è una fuga di braccia come nei secoli scorsi, ma di cervelli».
La formazione dei ragazzi è al passo con il mercato del lavoro?
«In generale no, ma dove ci sono casi di eccellenza c’ è quasi un passaggio automatico tra l’acquisizione del diploma e l’assunzione. Il difetto più grave è che quando si studia non si lavora, e quando si lavora non si studia più. Non siamo mai riusciti a costruire un valido sistema di alternanza scuola/lavoro, né un sistema di formazione permanente che arricchisca la professionalità di chi lavora».
Conoscenza delle lingue, l’inglese in particolare.
«L’inglese è fondamentale anche rispetto alle lingue dei nuovi mercati, perché chi parla inglese riesce a comunicare ovunque. Credo però che questo handicap potrebbe essere superato in poco tempo. Le nuove generazioni nascono in un contesto favorevole all’apprendimento dell’inglese. Il fatto è che, a partire dal numero degli insegnanti, la scuola è impreparata».
Il mondo del lavoro e il populismo in Italia e in Europa.
«L’Europa mette a disposizione dei giovani importanti opportunità formative e soprattutto la mobilità con pari diritti delle persone. I governi fanno politiche che alla prova dei fatti risultano più o meno efficaci. Il governo giallo-verde, ad esempio, ha puntato ad aumentare l’occupazione giovanile attraverso il prepensionamento di lavoratori anziani, quota 100. I risultati sono modesti: solo il 37% dei nuovi pensionati è stato sostituito da lavoratori con meno di trent’anni».
Come colloca i giovani italiani in rapporto ai coetanei europei?
«Gli italiani arrivano sul mercato cinque o sei anni dopo i giovani europei che terminano prima il loro cicli di studi e fanno prima esperienze lavorative. Pensi ai due tipi di laurea, triennale e quinquennale. Il primo livello, salvo che per specifiche professioni, non serve a nulla. Oggi, inoltre, si resta in famiglia, ci illudiamo che ciò avvenga per motivi economici, ma non è così».
Che motivazioni portano alla “fuga di cervelli”?
«Se guardiamo all’Europa come ad una casa comune avere dei giovani che fanno delle esperienze anche lunghe in altri Paesi non è un fatto negativo. Il problema è che da noi sono più i cervelli che fuggono di quelli che vengono o ritornano. Per cambiare questa situazione ci varrebbe un maggior riconoscimento al merito e il superamento di ordini professionali che tutelano chi è dentro da chi vuole entrare». —
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