Gazzetta di Modena

Vaccari, i suoi selfie hanno cinquant’anni «L’installazione ha fatto il giro del mondo»

Michele Fuoco

Ora è alla Biennale di Ekaterinburg in Russia. «A Venezia, nel 1972, ha segnato la nascita della fotografia artistica»

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. Tanta curiosità e meraviglia suscitò, alla 36esima Biennale di Venezia del 1972, la cabina photomatic di Franco Vaccari, con la scritta in più lingue “Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio”. I visitatori venivano coinvolti nella realizzazione dell’opera, appuntando alle pareti le loro immagini ottenute tramite lo strumento fotografico. Una esposizione in tempo reale accolta, con entusiasmo, per la sua originalità, dal pubblico e dalla critica. Un’operazione che continua ad interessare anche oggi, tanto che l’artista modenese è stato invitato, fino al 1° dicembre in Russia, alla “Ural Industrial Biennal of Contemporary Art 2019” di Ekaterinburg”, nota città degli Urali dove furono fucilati, nel luglio 2018, l’ultimo Zar Nicola e i familiari. Anche nella biennale russa, tra le tanti installazioni spicca la cabina per fototessere, Dedem, di Vaccari, l’unico italiano in questa grande rassegna. Ammirevole la partecipazione dei visitatori che si divertono ad affidare il loro volto alla parete, contribuendo a realizzare, in progress, l’installazione. La ricerca di Vaccari si estende anche al campo della cinematografia e dei video (tra cui “La placenta azzurra”, “Cani lenti” e “La via Emilia è un aeroporto”), con i primi lavori in pellicola dal 1966. La sua attività artistica è sempre accompagnata da una riflessione teorica. Il modenese è autore, tra l’altro, dei libri “Duchamp e l’occultamento del lavoro” (1978) e “Fotografia e inconscio tecnologico. Suoi anche numerosi “libri d’artista”».

L’installazione veneziana non finisce mai di stupire?

«Dopo Venezia, l’installazione è stata richiesta a Praga, Parigi, Copenaghen, Gwangju (Corea del Sud), ora in Russia e prossimamente negli Stati Uniti. Nel volume Photo Show, del 2014, delle edizioni inglesi Thomas & Hudson, che contiene le più importanti mostre, dalla nascita della fotografia ai giorni nostri, la prima e l’ultima copertina sono dedicate alla mia installazione veneziana».

Perché tanto successo?

«Il progetto è stato concepito una decina d’anni prima che nascesse l’interesse artistico per la fotografia. A Venezia, non c’era mai stata, prima del 1972, una rassegna fotografica con sala personale. Nella stessa Biennale, esponevano l’americana Diane Arbus e l’olandese Dibbets… Ma la mia installazione era talmente innovativa, da essere continuamente citata dai media. E poi sono stato anche ritenuto l’inventore del “selfie”. In quell’anno Lietta Tornabuoni scriveva su La Stampa che “alla Biennale il vero grande successo di pubblico resta la sala di Vaccari. Davanti alla parete, la gente divertita, attenta, incantata, non si stanca di contemplare se stessa”».

È tra i protagonisti della vera storia dell’arte contemporanea. Il tuo nome figura in enciclopedie e testi fondamentali del nostro tempo.

«Mi fa molto piacere. Soprattutto perché sono ancora vivo».

È ritenuto tra i fondatori della “Narrative Art”, tendenza internazionale degli anni ’70 che, dopo il concettualismo, mette in scena momenti della quotidianità in termini problematici, stranianti e anche ironici.

«Ero l’unico italiano nelle mostre su questa corrente, organizzate nel 1974 e 1975, a Roma dallo Studio d’Arte Cannaviello».

Quante le esposizioni in tempo reale di cui è autore?

«Quarantotto, a partire dal 1969. Incentrata sul tema del viaggio era quella del 1971 presentata alla Galleria 2000 di Bologna. L’esposizione del ’72 era la quarta».

Quali, a suo parere, le più singolari?

«“Merzbau di una notte”, nel 1978, alla Galleria Remont di Varsavia, dove con sedie, tavoli, poltrone, avevo costruito una nicchia avvolgente per dormire; ”Bar Code-Code Bar, alla Biennale di Venezia del 1993, con un ambiente che funzionava come una sorta di bar, al cui interno c’era l’immagine di Silvia Baraldini, condannata a 43 anni di carcere negli USA; “Atelier d’artista”, nel 1996 alla Casa del Giorgione di Castelfranco Veneto, con una documentazione sui luoghi di lavoro di artisti. Inoltre “Casetta dell’arte”, nel 1998, a Bregenz (Austria), fatta di porte recuperate nella discarica, dove hanno esposto le opere artisti che difficilmente avrebbero potuto esporre nella vicina Casa dell’Arte; “Fame di vento”, nel 2001, a Trnava (Repubblica Slovacchia) per una riflessione sul concetto che “tutto è vanità”; “La stufa di Cartesio”, nel 2004, a Strasburgo».

Le mostre che le stanno più a cuore?

«L’antologica, nel 2007, allo Spazio Oberdan di Milano, e la personale tutta dedicata alle opere inedite, nel 2010, alla Galleria Mazzoli di Modena, che mi ha dato una seconda giovinezza».

È amato anche dagli artisti modenesi: ha ottenuto il primo posto quando, 15 anni fa, la Gazzetta di Modena fece un’inchiesta sull’artista più stimato del territorio...

«Non ricordo. Ma è una notizia che mi riconcilia con la città».

In che direzione va oggi l’arte?

«Anche se l’arte non ha avuto mai una diffusione, come in questi tempi, credo che questo sia un periodo difficile perché mancano correnti, movimenti dichiaratamente dominanti, come il Futurismo, il Cubismo, il Surrealismo... Ciò è dovuto al fattore economico: fanno più notizia i prezzi raggiunti dalle opere in un’asta, che il fascino legato alle poetiche che l’opera esprime».

Come considera lo stato della cultura a Modena?

«Anche Modena risente di questo clima, di cui parlavo prima. Comunque, mi pare che i fermenti siano tanti. Occorre ben sperare: pure la Ferrari, dopo un periodo di crisi, si sta risollevando alla grande». —



In alto da sinistra: l’installazione “Bar Code - Code Bar” dedicata a Silvia Baraldini; la “Casetta dell’arte” presentata a Bregenz (Austria); una visitatrice della Biennale russa davanti all’opera del modenese; la cabina degli autoscatti presentata a Ekaterinburg.



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