«La paleoantropologia? È come il passato remoto della globalizzazione»
Il professor Giorgio Manzi oggi al teatro della Fondazione con una lezione intitolata “Alle origini di Homo”
l’intervista
giovanni medici
. Proseguono oggi alla Fondazione Collegio San Carlo le lezioni del ciclo sul tema “Globalizzazioni. Forme e immagini dell’universalismo”. Il secondo incontro, dal titolo “Alle origini di Homo e delle grandi diffusioni della preistoria”, sarà tenuto al teatro alle 17.30 da Giorgio Manzi, professore di Paleoantropologia alla Sapienza di Roma, ateneo presso il quale dirige il Museo “G.Sergi” del Dipartimento di Biologia ambientale.
Nel 1956 il ritrovamento del primo scheletro di Homo di Neanderthal: cosa studia la Paleoantropologia?
«Noi paleoantropologi studiamo, potremmo dire, il “passato remoto” della globalizzazione visto che negli ultimi due milioni e mezzo di anni il genere Homo si è reso protagonista di una serie di diffusioni geografiche, con la creazione di varietà e nuove specie in relativo isolamento. La comparsa di Homo sapiens, 200 mila anni fa in Africa, ha invece impresso una maggiore velocità a queste modificazioni con la formazione di una nuova diversità, modulata poi da un continuo rimescolamento».
È dunque possibile che la paleoantropologia rintracci testimonianze di uomini vissuti relativamente poco tempo fa ma con caratteristiche simili ad individui esistenti sulla Terra milioni di anni fa. Così come succede per animali come i lemuri del Madagascar?
«Questi vivono in una sorta di isola del tempo, sono simili a proscimmie ormai estinte perché non hanno avuto contatti con nuovi fenomeni evolutivi proprio per l’isolamento di cui gode questa terra».
Le grandi diffusioni della preistoria sono il tema dell’incontro di oggi.
«In milioni di anni dall’Africa dell’australopiteca Lucy si è compiuta una traiettoria di oltre diecimila km, compresa fra i territori a sud del Sahara e l’isola di Giava, raggiungendo così i lembi più orientali del continente asiatico prima di 1,5 milioni di anni fa. Tali affermazioni si fondano sulle tracce paleontologiche che abbiamo a disposizione da quasi una ventina d’anni, che a loro volta si combinano con le conoscenze da tempo più consolidate: gli ominidi, divenuti fra l’altro grandi camminatori, oltre che in qualche modo capaci di affrontare l’alternarsi stagionale dei climi temperati e i nuovi ambienti, hanno saputo via via adattarsi, sempre portando nel loro patrimonio genetico tracce degli avi. Al contrario, non sembrano essere state determinanti, come invece si pensava in passato, né le potenzialità fornite dalla capacità di produrre manufatti, né quelle di modificare l’ambiente intorno a sé con l’uso del fuoco, con il ricorso alla frequentazione delle caverne o con l’utilizzo di pelli di animali».
Un’evoluzione che dunque professor Manzi non si può dire lineare…
«Possiamo parlare di una sorta di cespuglio di antenati che mostra come l’evoluzione non sia stata lineare e non ci siano “anelli mancanti”: il genere Homo si è dunque diffuso fino ad arrivare a popolare i lembi più orientali dell’Asia e anche, più a nord, la nostra Europa».
Se dunque noi siamo gli eredi di un “groviglio di antenati” siamo anche noi scimmie, giusto?
«Se siamo dunque gli eredi di un groviglio di antenati la nostra storia ci ha reso un tipo particolarissimo di scimmia, bipede, con le mani, la vista stereoscopica, ma pur sempre una scimmia. D’altronde Linneo nel 1758 non a caso aveva inserito l’Homo sapiens nell’ordine Primates». Manzi collabora con la rivista Le Scienze. Nel corso delle sue ricerche ha indagato l’evoluzione del genere Homo e la biologia scheletrica di popolazioni umane antiche, interessandosi soprattutto al primo popolamento dell’Europa e all’evoluzione dei Neanderthal. —
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