Gazzetta di Modena

Paolo Battaglia: «Tre mesi negli States sulle tracce degli italiani d’America»

Alice Benatti
Paolo Battaglia: «Tre mesi negli States sulle tracce degli italiani d’America»

«Ho percorso 25 mila chilometri e incontrato oltre cento persone per raccontare le loro storie con parole e immagini»

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Nel 2013 il suo libro “Trovare l'America”, con la prefazione di Martin Scorsese, diventa la più importante e completa storia illustrata della presenza italiana negli USA. Una raccolta di 500 fotografie che raccontano i volti, gli oggetti, le storie, le paure di milioni di nostri connazionali partiti per l'America alla ricerca di una nuova (e più ricca) vita oltreoceano.

Al volume, tuttavia, secondo il suo ideatore e curatore Paolo Battaglia, “mancava qualcosa”: la testimonianza, la voce (e l’emozione) dei protagonisti di quelle storie. E così, sulla scia di un viaggio intrapreso (quasi un secolo prima) dall'ambasciatore italiano a Washington des Planches, decide di ripartire per gli USA. Percorre 25 mila chilometri, incontra e intervista oltre 100 persone, visita decine di luoghi significativi per la storia dell'immigrazione italiana. Questa la genesi del progetto “Italian American Country”, un racconto di 200 pagine e 3 ore di documentario sulla vita delle piccole comunità italo-americane sparse negli USA. Abbiamo raggiunto Paolo Battaglia al telefono direttamente negli States, precisamente a Denver, in Colorado.

Partiamo dal presente, crede che gli italiani abbiamo dimenticato il proprio passato di emigrazione?

«Sì, questo è stato il primo motivo che ha ispirato il mio progetto. Negli ultimi anni, da quando l’Italia ha cominciato a diventare terra di immigrazione, ho notato che stavamo dimenticando che fino a pochi decenni fa eravamo noi a emigrare. Negli USA ci sono 17 milioni di italiani, oggi purtroppo tendiamo a considerarli solo per aspetti stereotipati, scordandoci, però, che lì esiste una cultura che può essere una importante risorsa per il nostro Paese».

Da qui l’esigenza di raccontare le storie di tanti italiani partiti per l’America…

«Tendiamo a pensare che gli italiani in America siano tutti concentrati a New York o nei dintorni. Non è così. Ho deciso di seguire le tracce dell’ambasciatore des Planches, che nel 1903 intraprese un viaggio negli Stati Uniti alla ricerca delle piccole comunità di italiani stabilitesi lontano dalle rotte migratorie più conosciute. Voleva conoscere e migliorare la condizione di centinaia di migliaia di nostri connazionali e decise di non farsela raccontare da altri. Io ho fatto lo stesso, un viaggio di un mese e mezzo nel 2014 e uno di tre mesi nel 2018. Ho ripercorso i suoi spostamenti e, inevitabilmente, ho aggiunto altri luoghi perché durante le mie ricerche avevo trovato nuove storie e personaggi».

Ad esempio?

«Un giorno mi trovavo in un hotel di una cittadina del New Mexico. Parlando con il receptionist, venni a sapere che intorno alla metà del 1800 un eremita italiano era partito dal Canada e, dopo aver percorso 3000 chilometri a piedi, si era stabilito in una grotta nelle vicinanze. Potevo non raccontare la sua storia?».

Hai intervistato più di centro persone, emigrati, e più spesso, i loro discendenti. Come descriveresti il loro rapporto con l’Italia?

«Gli italiani che sono arrivati negli Stati Uniti a metà ottocento non conoscevano né la lingua né i costumi, per loro è stato difficile. Combattevano contro la povertà e contro una società ostile. Molti, negli Stati del Sud, dopo la Guerra Civile, venivano impiegati nelle piantagioni di cotone o canna da zucchero al posto degli schiavi di colore. Di generazione in generazione le cose sono cambiate e oggi tutti dicono “siamo americani”. Tuttavia, il legame con l’Italia resta forte. Ne parlavo proprio ieri con Lisa Di Giacomo, italiana di quinta generazione, durante la presentazione di “Italian American Country” a Denver. Dicevamo che è un legame che non ha che fare con l’esperienza ma con il DNA, con qualcosa che ci portiamo dentro. Inoltre, negli ultimi 30-40 anni, il legame con “l’Old Country”, l’Italia, si è rafforzato perché sempre più persone partono per vedere i luoghi da cui sono partiti i loro antenati».

C’è una differenza fra l’Italia che queste persone immaginano prima del viaggio e quella che incontrano realmente?

«No. La maggior parte delle persone che arriva in Italia resta abbagliata dai luoghi da cui sono partiti i propri antenati. Si concentrano sugli aspetti positivi mentre faticano a vedere i motivi per cui oggi tanti giovani lasciano l’Italia. Curiosamente, la prima persona che ho intervistato è stato un signore il cui bisnonno era originario di Pieve Pelago. Si chiama Mark Gherardi e oggi ha un’azienda di lavorazione del granito a Barre, in Vermont. Quando qualche anno fa è venuto in Italia e i suoi parenti per due giorni hanno chiuso l'attività per dedicarsi completamente a lui».

Sulla base delle testimonianze che hai raccolto, credi abbia davvero abbia funzionato e continui a funzionare “l’ascensore sociale” per i nostri connazionali oltreoceano? Avrai sicuramente incontrato qualcuno che impersona alla perfezione il sogno americano…

«Ha funzionato perché gli italiani hanno fatto moltissimi sacrifici negli Stati Uniti. La seconda generazione è riuscita ad aprire attività, ad aumentare la propria disponibilità finanziaria e, di conseguenza, ad educare i propri figli. È questa scalata sociale ed educativa che ha permesso loro di essere americani a tutti gli effetti. Il sogno americano ha trionfato nella maggior parte delle storie che ho ascoltato, anche perché le persone si raccontano più volentieri se sono protagoniste di vicende positive. Una gliela racconto: è la storia della famiglia Lombardi, originaria della Calabria, che arrivò a Denver nel 1965 con la sola “capacità di lavorare”. Quando era solo alle elementari, Pietrantonio Lombardi, di notte puliva insieme ai suoi genitori la scuola che frequentava al mattino. I pavimenti, i bagni. La sua famiglia lavorava giorno e notte. Oggi ha un’azienda di tappezzeria e un paio di Ferrari in garage. Agli americani che lo prendono in giro, dicendogli che ha fatto fortuna grazie alla mafia, risponde che è stato invece pulendo la loro m...».

Per chiudere, qualcosa di divertente ascoltato durante le tue interviste?

«Il cibo è l’elemento che ci fa essere “italiani” un po’ dappertutto. Ho appurato che i nostri connazionali in America adattano le nostre ricette a quello che trovano sul posto. Ed ecco che la “polenta e osei” dei veneti è diventata la “polenta e scoiattoli”». —



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