Gazzetta di Modena

Modena. Così una sentenza diventa teatro e difende la dignità delle donne

Modena. Così una sentenza diventa teatro e difende la dignità delle donne

Risarcita in libri 15enne costretta a prostituirsi, lettura scenica con la giudice Paola Di Nicola

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MODENA. Nel 2016 “la giudice” Paola Di Nicola fece parlare di sé dopo aver pronunciato una sentenza che stabiliva un risarcimento in libri, sulla storia e il pensiero delle donne, a una quindicenne che si prostituiva al quartiere Parioli di Roma. Così, uno dei suoi clienti, oltre a due anni di reclusione, fu costretto a pagare con una “moneta diversa” da quella con cui era abituato a comprare quello che voleva, come il corpo della giovane vittima.
A quella innovativa sentenza si ispira la lettura scenica di Cinzia Spanò, dal titolo “Tutto quello che volevo. Storia di una sentenza”, che si terrà domani alle 9 al Teatro Tempio. A seguire, un dibattito con la giudice Di Nicola.
Una sentenza che non l’ha tenuta al riparo dalle critiche. In che modo questo risarcimento ha potuto aiutare la ragazza? Sarebbe semplice obiettare che 20mila euro in denaro le sarebbero serviti di più per rifarsi una vita…
«A quella ragazzina era stata definitivamente compromessa la relazione con il genere maschile, le erano state rovinate l'infanzia e l'adolescenza, le fasi più importanti della vita per la costruzione dell’identità. Dopo avere verificato che la sua non era stata una scelta, ma la conseguenza di un determinato contesto sociale e culturale, ritenere che tutto questo potesse essere ripristinato con una somma di denaro mi sembrava urtare i principi basilari della Costituzione. Per l’ennesima volta, il valore di quella giovane sarebbe stato quantificato in denaro. E questo non potevo permetterlo. Ho ritenuto che il risarcimento dovesse essere costituito da libri sulla storia e il pensiero delle donne, non perché, come alcuni commentatori hanno detto, lei doveva essere “educata da me”, ma perché volevo che lui comprendesse che quella ragazzina apparteneva a un genere, quello femminile, che ha una storia e un pensiero, e che lei capisse di appartenere a quell’esperienza intellettuale».
Lei è in prima linea contro la violenza e le discriminazioni di genere. Tanti pregiudizi ostacolano questa lotta…
«Il nostro linguaggio rappresenta il massimo strumento del potere e del sapere, riflette una determinata scala di valori e una precisa interpretazione della realtà. Nella lingua, quello che non c'è non si nomina. Se le donne non sono adeguatamente rappresentate è perché si cerca, anche attraverso il linguaggio, di negarne la competenza. L'uso del femminile nelle professioni di potere, ritenuto da molti un’esagerazione, è l'ennesimo modo per limitare la presenza culturale delle donne. Tante professioni sono declinate al femminile - operaia, maestra, cuoca, parrucchiera ecc - ma più “si sale” più le professioni al femminile spariscono e storciamo il naso se sentiamo “la giudice”, “la presidente”, “la ingegnera”. Se non nominiamo al femminile ciò che ha valore, neghiamo la storia e la presenza delle donne, mantenendo come unico modello quello maschile».
Quali sono i peggiori pregiudizi con i quali si scontra nel suo lavoro?
«Una narrazione distorta è molto frequente nei reati di violenza contro le donne. Spesso, negli accertamenti di Polizia e Carabinieri, quanto nelle perizie scritte da psicologi, la denuncia di violenza viene qualificata, senza ragione, come lite familiare, che ovviamente non è un reato. La parola di una donna che denuncia violenza spesso viene ridimensionata e depotenziata, al fine di non riconoscerla e giustificare la violenza maschile. Le forze dell'ordine hanno gli strumenti per intervenire a tutela della donna. Per farlo, devono essere formati seriamente in materia di violenza, così da riconoscerla. Molti non lo sono. Le leggi ci sono, ma spesso vengono applicate male, a tutela dell’uomo violento». —

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