Al Fabbri di Vignola. «La mia “Juliette” una donna forte che lascia Romeo e sceglie la vita»
Loredana Parrella spiega la sua coreografia per la Cie Twain Physical Dance Theatre
VIGNOLA. Nel V atto di “Romeo e Giulietta” di Shakespeare, Giulietta, dopo aver baciato il corpo morto di Romeo nella vana speranza di morire avvelenata dalle sue labbra, estrae un pugnale e si uccide. Cosa sarebbe successo se in quel momento Giulietta avesse fatto una scelta diversa, e fosse scappata lontano, da sola? Se fosse cresciuta, se si fosse innamorata di nuovo, se fosse diventata madre? Da questo punto inizia “Juliette”, che verrà portata in scena dalla Cie Twain Physical Dance Theatre domani alle 20.30 al Fabbri nell'ambito di “Danza Autunno” della Fondazione Teatro Comunale. Lo spettacolo, in prima assoluta, coprodotto dal Comunale per Cie Twain Physical Dance Theatre ha la coreografia di Loredana Parrella.
Come le è venuta questa idea di far sopravvivere Giulietta?
«Giulietta è morta, ma Juliette decide di vivere. È sempre stato il mio sogno quello di “mettere mano” a Romeo Giulietta. Sin da bambina ho visto queste Giuliette meravigliose, ne ho viste davvero tante, maturandone una visione differente che mi ha portato a chiedermi perché alla fine lei decida di restare per sempre accanto a Romeo, uccidendosi, andando così a vanificare tutta quella forza che aveva avuto nel dramma fino a quel momento. Il suo coraggio non viene a mancare, perché per uccidersi ce ne vuole, viene a mancare la sua tenacia, il suo voler andare avanti. Sono stata influenzata dalla mia carriera di danzatrice, partita con il repertorio classico passando per il contemporaneo e arrivando al Physical Dance Theatre per creare questa Giulietta».
Quali sono state le difficoltà?
«Quelle che purtroppo incontra ogni coreografa donna. Tutti ti vogliono più bene se agisci entro gli schemi prestabiliti, no? Romeo non è un uomo forte, lo percepiamo dalle prime battute della tragedia, ho voluto concentrarmi su chi forte lo è davvero e cioè Giulietta. Attenzione: il femminismo non c’entra nulla. È una questione di coraggio. Attraverso questo suo atto potente, lo scegliere la vita, ho voluto anche rileggere il dolore di chi resta».
In scena ci sono anche tutti gli altri personaggi della tragedia.
«Io e Aleksandros Memetaj abbiamo ricostruito tutto questo microcosmo che da oltre 400 anni è rimasto lì, sospeso, in attesa. Ogni volta che Juliette ricorda, essi riprendono vita e il dolore si riacutizza. La storia d’amore era potente perché viene rivissuta ogni volta che Juliette fa una scelta, scelta che ha una ripercussione sugli altri, sprigionando una grande energia. Non concepisco una storia d’amore fine a stessa neanche nella vita, figuriamoci nella mia coreografia. Entro nei corpi con aggressività cercando ogni sfumatura che l’amore ha, la più fisica, la più potente. Lo staccarsi da Romeo e dalla famiglia è un grande atto di forza».
Dove scappa Juliette?
«Non scappa. Decide di andarsene, di partire per un viaggio attraverso la vita, di non soccombere. In realtà non abbiamo un’ambientazione: la scena è basata sul bianco, su luci rasenti che vengono da terra che creano un effetto in sospensione in contrasto con questa danza molto fisica. Juliette decide ogni volta di andare in un luogo diverso, lasciando tutto, portando solo se stessa. Va verso la vita, esce dal meccanismo e per farlo rinuncia ai legami».
Dal punto di vista coreografico quali sono i momenti di maggior pathos?
«Con il mio assistente alla coreografia Yoris Petrillo abbiamo pensato ai duetti, alle relazioni tra i personaggi. Sono momenti molto diversi: la relazione tra i Capuleti, madre e padre, per esempio, due colonne, rigidi nel loro microcosmo che si sviluppa in un lavoro fisico molto impegnativo. Tebaldo lotta contro se stesso. Juliette e i suoi ricordi. La scrittura di ogni passo riesce ad evolversi partendo dal repertorio classico». —
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