Gazzetta di Modena

“Il pedalatore di luce” di silvia Roncaglia 

«Con una storia d’amore spiego ai ragazzi la tragedia dell’Olocausto»

Ombretta Guerri
«Con una storia d’amore spiego ai ragazzi la tragedia dell’Olocausto»

«È stata una presa di coscienza delle mie radici ebraiche Mio zio è Arrigo Levi e a lui devo molto di ciò che sono oggi»

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Il libro /1



. Si intitola “Il pedalatore di luce” (Piemme Edizioni), il nuovo libro per ragazzi di Silvia Roncaglia che parla di guerra ed Olocausto ma anche di una bella storia d’amore, ambientata a Parigi nel 1942. È colpo di fulmine quello che accade tra i protagonisti: Bebel, pedalatore di professione (accompagna le persone al cinema) ed Esther.

L’Olocausto è un tema per lei delicato, come si è sentita nel doverne scrivere e che rapporto ha con le sue radici ebraiche?

«È vero, mia madre era una Levi, sorella del famoso giornalista modenese Arrigo Levi. La loro famiglia negli anni bui delle persecuzioni razziali si è salvata scappando in Argentina. Per tanti anni non sono riuscita a scrivere di questo argomento. L’ho fatto per la prima volta nel 2009 con “Perché mai è diversa questa sera?” e l’ho presa alla lontana, trattando il tema dei naziskin. Quando poi nel 2015 ho ideato “Cuori d’ombra”, entrando, con una storia tragicissima, nel ghetto lager di Terezin, ho sentito il bisogno di un compagno di scrittura e l’ho chiesto ad Antonio Ferrara, coautore adattissimo e amico. E oggi arriva “Il pedalatore di luce”, di nuovo accompagnata per mano all’inizio dal mio compagno, lo scrittore Sebastiano Ruiz Mignone. Poi però ho spiccato il volo e ho trovato davvero la mia voce per parlare di Olocausto. Processi di scrittura tormentati e sentiti, insomma, come la presa di coscienza delle mie radici ebraiche».

Ha dedicato il libro, tra gli altri, a suo zio Arrigo Levi. Le ha mai raccontato qualcosa di quei terribili anni?

«Lo zio Arrigo è l’unico ancora in vita dei sette fratelli e sorelle Levi. Ho tantissimi ricordi di lui perché gran parte della mia infanzia si è svolta a villa Levi, nel Modenese, e c’era un rapporto molto stretto con zie, zii e cugini, tutti riuniti attorno alla figura indimenticabile di mia nonna, Ida Levi. Con lui ho passato anche molte vacanze invernali e sua figlia Donatella è stata la migliore amica della mia infanzia e adolescenza».

Un legame, dunque, molto intenso...

«Sì, e un ricordo grato ed emozionante: ho avuto un padre severissimo, che non mi consentiva neanche le gite scolastiche. Arrigo lo ha convinto a lasciarmi partire con lui per Roma per passare la Pasqua con la sua famiglia. Avevo 13 anni, siamo arrivati di notte e lui ha chiesto al taxista di fare per me un tour notturno di Roma. Ricordo come un sogno il fascino di quella meravigliosa città che scoprivo per la prima volta. Tornando al libro, non solo lo zio Arrigo parlava di quegli anni terribili, ma è lui che ha raccolto gli scritti del nonno Enzo che tanto parlano del fascismo, delle leggi razziali e della fuga della sua famiglia verso l’Argentina, in un libro che ha fatto stampare per amici e famigliari dal titolo “Memorie di una vita”».

Come riuscire a raccontare certe vicende a ragazzi giovani?

«È importante l’immedesimazione e il raccontare in modo cinematografico. Questo libro comunque si rivolge a ragazzi già grandi e quindi non sono necessari accorgimenti e attenzioni particolari, se non la precisione storica perché, pur non essendo un saggio e non dovendo cadere assolutamente nel didascalico, un libro per ragazzi deve essere rigorosamente e a maggior ragione precisissimo». —

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