Gazzetta di Modena

“prigioniero degli altipiani” di roberto franchini 

«Il fallimento del fascismo nell’odissea di un volontario che sognava l’Impero»

M. F.
«Il fallimento del fascismo nell’odissea di un volontario che sognava l’Impero»

«Racconto di un mio parente: partì per l’Africa nel ‘35 e lì rimase, dimenticato come tanti altri, per ben 12 anni»

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Il libro / 2

carpi. È la storia di un volontario partito, nel 1935, per l’Eritrea, con la convinzione di realizzare il sogno di un Impero fascista, il romanzo “Prigioniero degli altipiani” di Roberto Franchini (La nave di Teseo, pp. 314, euro 15) che domani, alle 18.45, sarà presentato alla Libreria La Fenice. Con l’autore dialogheranno Florio Magnanini e Gianni Taurasi su Umberto che, lasciato l’altopiano di Asiago, raggiunge quello del Corno d’Africa e nella guerra contro gli Inglesi viene fatto prigioniero.

Quali i sentimenti forti che percorrono le vicende del romanzo?

«La scelta di andare volontario e l’adesione al fascismo, perché Umberto interpreta sentimenti nazionalistici e vede nel suo percorso di vita in Africa momenti esaltanti di vittoria, ma anche i problemi: sulla nave che lo porta nel 1935 ci sono molte famiglie povere che vanno a lavorare. Vede nei loro occhi tristezza, disperazione prima ancora di cominciare. Anche se la guerra è vinta con difficoltà in Africa, vede l’affarismo e nella guerra degli anni ‘40 il disfacimento veloce dell’esercito italiano, mal vestito, mal gestito. È quasi un’analisi di un cancro che morde il fascismo».

Il romanzo ha un fondamento storico? Il racconto ha radici reali o è di pura invenzione?

«D’invenzione c’è molto. La parte reale riguarda il protagonista che era una guardia forestale. Aveva sposato la sorella della nonna di mia moglie. Negli anni ‘80, quando ero giornalista dell’Unità, andavo spesso sull’Altopiano. Umberto mi consegnò un fascicolo dattiloscritto con le sue memorie. Non so se da correggere o da pubblicare. Sono rimaste in un cassetto, le ho ritrovate e ho pensato ad una storia, per cercare di capire le ragioni di un giovane italiano che va volontario in Africa, spinto da ideali del fascismo e torna con la sconfitta di quegli ideali, di una scelta di vita. Una scelta rivelatasi tragica. Così, nella seconda parte, racconto come viene fatto prigioniero, il campo di prigionia inglese (con il fratello, Umberto vi costruì una cappelletta), dove resterà fino al 1947. Dimenticato, come tanta gente, per 12 anni senza sapere il perché. C’erano molti campi inglesi, con migliaia di prigionieri, che vengono anche oggi curati da un’apposita associazione».

Il protagonista racconta la sua storia al figlio. Che significato assume?

«Il protagonista ha un figlio che vive a Brescia e sono in contatto con lui. Ma non è il figlio vero che ho ritratto. Il figlio rappresenta un’Italia per molti versi senza patria, ma anche la giovane Italia, quella che nasceva dopo la guerra. Il figlio rappresenta la democrazia italiana, il giudizio su ciò che è stato il fascismo, il giudizio che il protagonista non riesce a dare fino in fondo alla propria avventura: arriva ad elaborare la sconfitta ma forse mai a superarla del tutto».

Questo libro mi pare diverso dagli altri suoi scritti basati su Modena, sui suoi personaggi, sulla sua cultura letteraria e musicale. È un vero romanzo. Può rappresentare una svolta?

«Di romanzi c’è pure “L’ultima fotografia di Marx”. Fra 20 giorni dovrebbe uscire un volume, a cui ho collaborato, sugli Amici della Musica, perché l’associazione compie 100 anni. Così il mio legame con Modena non s’interrompe mai. Mi considero modenese ma anche cittadino del mondo, per cui ho avuto voglia di provare, nel romanzo, con una storia che mi piaceva. Da considerare che volevo fare lo storico nella vita, perché sono laureato in storia moderna. E questa passione traspare nei miei romanzi. Cerco di capire gli atteggiamenti delle persone e delle loro scelte». —

M. F.



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