Gazzetta di Modena

oggi all’oratorio san rocco 

Walter Barberis e la lezione di Primo Levi «Antidoto all’indifferenza e al razzismo»

Stefano Luppi ; Info: www.fondazionefossoli.org

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«Proprio come quando ci vacciniamo per evitare l’influenza, o qualcosa di peggio, dobbiamo vaccinarci ascoltando Primo Levi. Lui, infatti, non solo ha testimoniato l’orrore della Shoah, ma ci ricorda anche che i germi della malattia ancora sopravvivono. Possiamo sconfiggere, diceva Levi, i germi di quanto accaduto nel ‘900 evitando l’indifferenza, il razzismo, l’azione di volgere la testa dall’altra parte». Sono riflessioni del professor Walter Barberis, piemontese, storico, dal 2014 presidente della Einaudi di Torino. Ossia la casa editrice di Primo Levi. Proprio Barberis stasera sarà protagonista del primo di tre incontri organizzati da Fondazione Fossoli e dedicati allo scrittore e chimico torinese - noto in tutto il mondo per “Se questo è un uomo” e “La tregua” - che durante la seconda guerra mondiale fu detenuto al campo di Fossoli da dove, nel febbraio 1944, partì per la deportazione al campo di sterminio di Auschwitz (si salvò dal lager il 27 gennaio 1945).

L’appuntamento “Oltre il testimone. Primo Levi e lo statuto di testimonianza”, promosso in occasione dei cento anni della nascita di Levi, si svolge dalla mattinata e oltre a Barberis prevede relazioni di Fabio Levi, direttore del “Centro internazionale di studi Primo Levi”, Carlo Saletti dell’Università di Mantova, Valentina Pisanty di quella di Bergamo e Robert Gordon di Cambridge.

L’appuntamento odierno per il pubblico è alle 20,45 all’auditorium San Rocco: partecipano i docenti universitari Frediano Sessi, Barberis e Giovanni Tesio che discuteranno sul tema “Primo Levi. L’intellettuale e l’uomo”. Terzo e ultimo appuntamento è sabato, dalle 14 alle 20 al Museo Monumento al Deportato di Carpi, dove si svolgerà la lettura integrale di “Se questo è un uomo”: esercizio coordinato da Davide Bulgarelli ed eseguito da 40 cittadini.

Walter Barberis ha conosciuto Levi: «La prima volta - ricorda il presidente dell’Einaudi - ero in V Ginnasio, alla metà degli anni ’60. Avevo una insegnante che era stata ad Auschwitz e invitò Levi a parlare, ma il preside non glielo permise e così andammo ad ascoltarlo in una sala parrocchiale vicina alla scuola. Dieci anni dopo entrai alla Einaudi e lì lo conobbi bene, visto che abitavamo anche ad appena 100 metri di distanza a Torino. Facevamo lunghe passeggiate, parlando di tutto, soprattutto di scienza e mai c’è stato un accenno alla sua esperienza nel lager. Levi era una persona che sprizzava serenità intriso di cultura industriale piemontese, ironico e molto discreto. Direi in sintesi che era un piemontese tipico, una personalità complessa».

Lo storico riassume inoltre la lezione dello scrittore: «Siano benedetti i testimoni di quella tragedia, ma Levi ci ricordava anche che la memoria è selettiva e fallace. Lui sollevava ragionamenti e riflessioni per evitare che riaccada quanto successo, ricordandoci sempre che non siamo immuni». —



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