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Spettatore seriale

Alle Passioni "Menelao" del Teatrino Giullare: una perla da non perdere

Andrea Marcheselli
Alle Passioni "Menelao" del Teatrino Giullare: una perla da non perdere

Questo “Menelao” è in fondo anche un’opportunità per misurarsi a proposito della propria capacità di cogliere nelle occasioni offerte dalla vita i valori più autentici, con la consapevolezza tuttavia del fatto che la ragionevolezza dei comportamenti potrebbe divenire la prima causa di una ineludibile infelicità.

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MODENA La ragione genera infelicità. La rivisitazione da parte di Davide Carnevali del mito di Menelao, il re di Sparta che vien solo sfiorato dall’epica, non riuscendo mai a compiere il gesto grazie al quale sarebbe potuto diventarne reale protagonista, parrebbe proprio indirizzarci verso questa considerazione.

Lavorando su una struttura drammaturgica che rievoca la tragedia rendendola attuale, specchio di una condizione dell’uomo che è problema universale peraltro perfettamente applicabile alla contemporaneità, il drammaturgo ci guida alla ricerca di una motivazione del male di vivere, da trovarsi essenzialmente nell’incapacità di amare sé stessi come conseguenza della constatazione della propria incapacità di vivere con memorabile compiutezza.

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Affidato alle abili mani del Teatrino Giullare “Menelao” è divenuto spettacolo che a noi è parso da non perdere, nelle repliche che lo vedono al Teatro delle Passioni fino a domenica 24 novembre, per la capacità che rivela di sviluppare il tema di una questione esistenziale fondamentale per l’uomo con un allestimento scenico che sfrutta l’ironia come chiave della comunicazione e invita a una costante riflessione sul senso e le modalità della rappresentazione teatrale quale veicolo della conoscenza più profonda dell’uomo.

Menelao è il re di Sparta, l’uomo più ricco del mondo, sposo della donna più bella del mondo, reduce dalla vittoria nella guerra più importante di sempre, eppure non è felice. Non lo è perché la sua vita gli compare priva di attendibili nuovi orizzonti o obiettivi da perseguire e quelli raggiunti in verità non discendono da suoi meriti specifici; il destino che il fato gli ha assegnato non lo soddisfa, la sensazione dell’inutilità della propria esistenza lo tormenta al punto di tentare, peraltro invano, il suicidio.

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Ma anche qui, con irresolutezza. Emerge, in tal modo, la questione del desiderio inappagabile che tormenta la civiltà del benessere, quella in cui noi oggi viviamo.

La nostra condizione diviene tragica nel momento in cui ci rendiamo conto di essere incapaci di godere della nostra vita, ma parimenti ridicola per l’assurdità in cui l’uomo si è messo, faticando per ottenere quei privilegi che finiscono per trasformarsi in ostacolo verso una vera felicità. L’aspetto tragicomico è rimarcato dall’irriverenza con la quale gli dei olimpici osservano l’affanno di Menelao, dalla sua goffaggine nell’affrontare la propria vita, dalla constatazione che a provocarne l’angoscia siano spiritelli ridicoli, specchio della sua coscienza.

Il tutto proposto con lo strumento espressivo prediletto da Giulia dall’Ongaro ed Enrico Deotti, anima di Teatrino Giullare, ovvero quello che esplora artifici scenici in cui gli interpreti possono essere automi, pupazzi, su una scena abitata da attori celati dietro una maschera così da creare disorientamento nella ricerca del rapporto tra la realtà e la sua rappresentazione.

La moltiplicazione di significati che tale operazione può generare arricchisce l’allestimento di un tono metalinguistico davvero interessante, come è peraltro nella tradizione della compagnia bolognese. Ma questo “Menelao” è in fondo anche un’opportunità per misurarsi a proposito della propria capacità di cogliere nelle occasioni offerte dalla vita i valori più autentici, con la consapevolezza tuttavia del fatto che la ragionevolezza dei comportamenti potrebbe divenire la prima causa di una ineludibile infelicità.

Andrea Marcheselli

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