Ugo Cornia: «Così mi si è accesa la favola tra personaggi simpatici e idee nate per caso»
Venti storie in cinque anni, riunite in una sorta di antologia che non disdegna neppure i temi della sessualità e della vita
. Si confronta, per la prima volta, con la favola lo scrittore modenese Ugo Cornia ed è ancora Feltrinelli a pubblicare il suo libro, dopo “Le storie di mia zia” (2008), “Il professionale. Avventure scolastiche” (2012), “Animali” (2014) e “Buchi” (2016). Ora è la volta di “Favole da riformatorio” che l’autore presenterà, venerdì prossimo alle 18, alla libreria Ubik di via dei Tintori.
«È una forma letteraria vagamente morale, implicita, una lingua particolare con tutti i formulari e le ripetizioni: ecco perché mi si è accesa la favola. Le prime due che ho scritto (Raperonzolo e il contadino di Pian di Venola) mi sono venute per caso. Poi, pian piano, sono venute fuori tutte le altre, anche se ci ho messo molto a farle. Venti favole in più di cinque anni».
Questi suoi racconti trovano legami con i Fabliaux del Medioevo francese?
«Di Fabliaux ne ho letti due, ma almeno vent’anni fa. Le favole, come quelle della raccolta delle Fiabe italiane di Italo Calvino, me le raccontava mia madre quando ero bambino. Nei miei ricordi ci sono pure Esopo, Fedro, La Fontaine».
La sua operazione è stata quella di prendere favole famose e di renderle attuali nei contenuti e nel linguaggio?
«In realtà di favole famose ne ho lette soltanto cinque o sei e ho preso i personaggi che mi erano più simpatici, come il lupo che lo si trova un po’ dappertutto».
Quel trasporto di fatti nel mondo degli animali, infantile nelle apparenze, consente una originale visione della vita?
«Ho giocato anche su animali della foresta che vogliono darsi una nuova forma identitaria (il leone che vuole diventare una zebra; il lupo che aspira ad essere un lupo solitario o di mare). In ogni caso, non mi sono mosso nell’ambito della riflessione, ma ho sviluppato in racconto partendo dalla prima idea che mi è venuta in mente».
Dalla comicità di situazioni balza fuori un po’ di satira sul nostro tempo?
«Non credo, perché la satira ha una identità critica. Nelle mie favole io parlo di cose che abbiano, più genericamente, l’aspetto comico, grottesco, anche dissacrante».
Ci sono argute considerazioni sulla vita, come la drammatica condizione esistenziale delle cicogna che, stanca del suo lavoro, non avrebbe voluto nascere e decide di uccidere i bambini lanciandoli durante il suo volo…
«Qualcuno ha notato che nei miei racconti c’è lo strazio che è in qualche tragedia di Sofocle. Quando ho scritto questa favola, ho pensato a mia zia, sempre esagerata, che si lamenta della vita inutile. Così accade che i felici muoiono presto, mentre quelli che dicono di provare sofferenza a stare al mondo continuano a vivere a lungo».
C’è tanto spazio anche per la sessualità...
«La sessualità è un buona forma di sentimento. Piacevole e fa bene alla salute».
Un libro, quindi, da non consigliare ai bambini?
«Direi di sì, anche se i genitori potrebbero attuare una censura preventiva. Certo in questo modo, di favole, ai bambini, non ne arriverebbero molte».
Nel genere della favola è cambiato qualcosa rispetto al passato?
«È difficile dirlo. L’archetipo è Giambattista Basile con le sue fiabe popolari. Prima ci sono i miti antichi che si sono travestiti, pian piano, da favole. Poi sono arrivati La Fontaine e i fratelli Grimm. Originariamente le favole nascevano per gli adulti, soprattutto quelle scritte in epoche non puritane, quando non si avevano problemi ad affrontare certe cose delicate della vita. In seguito le favole hanno assunto, in tempi di censura, contenuti adatti anche ai bambini».
In quale modo costruisce la favola?
«Aspetto che mi vengano in mente alcune frasi, scelgo quelle che mi convincono di più e le sviluppo. Sempre se riesco. E provo a scrivere. Devo anche dire, che in tre casi, anche se l’inizio del racconto era di mio gradimento, non sono riuscito ad andare avanti. Così ho preferito abbandonare...».
Che valore hanno per lei gli animali, visto che, oltre a tante favole, ha dedicato loro anche un libro che si intitola proprio “Animali”?
«Mi sono sempre piaciuti, sin da piccolo, perché avendo una casa in Appennino ho potuto averli. Ma mi sembra che gli animali, soprattutto i cani, siano spacciati. Essendo delle spugne emotive, se la passano molto male. C’è, certamente, oggi, più attenzione ai cani, ma un mio amico veterinario mi ha detto che molti sono esauriti, perché assorbono facilmente le tempeste psichiche dei padroni. Ho avuto un setter “trovatello” e due gatti. Un cane randagio, era sempre vicino alla mia porta quando arrivavo in montagna: stava con me due giorni e poi se ne andava. Non terrò più cani, per il fatto che non si possono liberare. Bisogna tenere al guinzaglio anche quelli piccoli, innocui. Ne avevo uno, lo avevo liberato, senza museruola, al Parco Amendola, dove non c’era nessuno. Dopo due giorni mi è arrivata la foto con multa. Da allora...». —
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