Gazzetta di Modena

«Prendo spunto dalla storia per comunicare emozioni Perché questa è la vita»

Michele Fuoco
«Prendo spunto dalla storia per comunicare emozioni Perché questa è la vita»

Valerio Massimo Manfredi torna in libreria col nuovo “Antica Madre” edito da Mondadori una vicenda che riporta il lettore al 62 d.C. durante una spedizione romana verso l’Egitto  

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L’intervista



. “Sono rimasto sorpreso quando, leggendo “Naturales quaestiones” di Seneca, viene citato il fatto che un gruppo di legionari romani sono stati incaricati da Nerone di raggiungere le sorgenti del Nilo, a 6 mila chilometri. Siamo quasi all’equatore. È un periodo molto teso per Roma, tra l’incendio e la congiura di Pisone. Una storia stupefacente. Nerone aveva forse in mente un programma espansionistico, anche perché in quella zona (l’attuale Sudan) c’era oro, tanto che una città si chiamava Pancrisia, che significa “tutta d’oro”. È probabile sia stato Seneca a convincerlo a tenere una spedizione più ridotta e a darle un significato di tipo scientifico, cercando di capire le cause delle piene del Nilo che rendevano fertile l’Egitto. Queste le fonti su cui ho costruito una storia immaginaria, verosimile». Così nasce “Antica Madre” (Mondadori) di Valerio Massimo Manfredi che sviluppa la storia di una giovane, raffigurata nella copertina da Giulia, figlia dello scrittore. Protagonista è Varea, una ragazza bella, selvaggia, sensuale, di cui è segretamente innamorato il centurione Furio Voreno che, nel 62 dopo Cristo, guida la carovana. La giovane viaggia insieme alle bestie ed è forse la preda più ambita di quel convoglio.

Come un fatto storico può diventare romanzo?

«Sono due situazioni completamente diverse. La storia è il tentativo dell’umanità di trovare una memoria comune, anche se non necessariamente condivisa. La memoria diventa identità che è fondamentale. Per questo la storia ha l’onore della prova. Tutto ciò che si dice in un’opera storica deve essere dimostrata. Il romanzo, invece, non comunica nozioni, ma emozioni. Abbiamo bisogno della conoscenza ma pure delle emozioni, senza le quali la vita non vale la pena di essere vissuta. Il romanzo prende spunto anche da eventi storici, come fa Manzoni, ma è una storia, non la storia. Parto da un’idea».

In che misura l’esperienza di archeologo può contribuire a costruire un romanzo?

«L’archeologia è spesso una disciplina che evoca emozioni importanti, se la persona vive in prima persona questa esperienza con una forte carica emotiva. Una scoperta è sempre un’emozione, oltre che la conquista di una conoscenza scientifica».

C’è rimpianto del mondo antico, visto che nel nostro tempo le cose funzionano maluccio?

«Ad un popolo che ha 28 secoli di storia, è concesso avere momenti di crisi. L’Italia non è un paese che vive perché c’è stato il passato greco-romano. Vive per quello che è. Abbiamo creato le più grandi civiltà del mondo, l’Umanesimo e il Rinascimento, il metodo scientifico di ricerca con Galilei fino ad Enrico Fermi, agli inventori del telegrafo, del telefono… C’è una lista interminabile di situazioni in cui gli italiani si sono distinti, creando meraviglie, non solo artistiche e musicali. I più grandi fisici sono italiani anche oggi. Al Cern di Ginevra ce ne sono 600. Rubbia ha fatto scoperte pazzesche, Fabiola Gianotti ha trovato la cosiddetta “particella di Dio”. Siamo in un momento di crisi, ma abbiamo vissuto anche il periodo del terrorismo. Ma se gli italiani cominciassero ad amare il proprio paese e a smetterla di parlarne solo male… Diceva Kennedy “non chiederti ciò che vorresti dal tuo paese, ma quello che tu puoi dare”. Il mio libricino “Sentimento italiano” di pochi mesi fa è una difesa dell’Italia. Abbiamo sei milioni di volontari. Ho partecipato a due terremoti: a Gemona in Friuli e in Irpinia, dove si dormiva a terra a 10 gradi sotto zero. Se togliessimo il contributo dell’Italia a mondo moderno, saremmo tutti al buio, nelle tenebre».

In che consiste il piacere del narrare?

«Non è un piacere, ma una fatica. Una storia è un piccolo universo, dove tutto deve funzionare e essere perfetto».

Quali i suoi referenti alti?

«Ci sono opere di pochi personaggi che veramente adoro perché pilastri della nostra civiltà. Due poeti: Omero e Dante. Conosco a memoria molta parte delle loro opere. Così li ho sempre con me».

Manfredi, scrittore di romanzi storici. Le sta stretta questa definizione?

«Non stretta, ma falsa. Tutte le opere dell’uomo sono storiche. Nessuno può uscire della storia. Nessuno è riuscito a dare una definizione di quello che è il romanzo storico. C’è sempre il tentativo di chiuderti in una gabbia di genere. Non sono uno scrittore di genere. Dopo “Alexandros” sono stato inchiodato al mondo antico che è il mio lavoro, la mia attività scientifica. Circa la metà delle mie opere non hanno a che fare con l’antichità, sono ambientate in tempi recenti, addirittura contemporanei e persino futuristici. Quando ho scritto “Otel Bruni” era il tentativo di ricostruire la storia di una famiglia nella prima metà del secolo scorso, di persone umili, della vita contadina. E poi “Quinto comandamento” ambientato nel Congo, durante la rivoluzione del 1960; “L’Oracolo” che si collega agli anni ’70, durante la dittatura dei colonnelli in Grecia».

Quanti milioni di copie ha venduto? Di quale libro è il primato?

«Difficile dirlo con precisione. Quattro anni fa un mio agente fece una ricognizione presso i miei editori e risultò una cifra prossima ai 12 milioni. Oggi penso siano 13 o 14. Il primato spetta forse alla trilogia dedicata ad Alessandro Magno. Ma del mio primo libro “Lo scudo di Talos” Mondadori ha celebrato, sei mesi fa, un milione di copie in Italia. E solo questo, considerando anche le vendite all’estero, potrebbe arrivare a due milioni».

Si è mai chiesto perché i suoi libri abbiano tanto successo?

«Mi ricordo che quando scrissi la mia prima storia la mandai alla Mondadori. Il direttore editoriale Alcide Paolini mi disse che era bellissima e voleva pubblicarla. E aggiunse “Lei ha avuto fortuna”. Ma quando si arriva a pubblicare i propri libri in 60 paesi in 35 lingue, allora forse non è più fortuna, ma manico». —



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