Gazzetta di Modena

la sua eredità 

Maestro senza discepoli ultima autorevole voce della metafisica classica

Federico Vercellone
Maestro senza discepoli ultima autorevole voce della metafisica classica

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Federico Vercellone

Con la morte di Emanuele Severino scompare l’ultima autorevole voce della metafisica classica. La tesi centrale della sua filosofia– che si propone sotto forme diverse in tutti i suoi scritti, a partire dal 1964 con Ritornare a Parmenide - è che se l’essere è, il nulla non può darsi, e poiché l’essere è, il nulla e il divenire non esistono.

La tesi di Severino è quanto mai suggestiva ed eclatante proprio per via della sua radicale stringatezza ed essenzialità.

Formulando questa prospettiva, Severino, formatosi alla scuola neotomista dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, estremizza la tesi del suo maestro Gustavo Bontadini rendendola irriconoscibile e inaccettabile per quest’ultimo.

La conseguenza di questo ritorno a Parmenide, dunque alla filosofia eleatica prima di Platone e Aristotele, è davvero radicale: ogni essere è eterno, e il divenire non esiste. Su queste basi Severino entra in polemica con Bontadini. Nel 1970 accade quello che a ben vedere era inevitabile: la tesi fondamentale di Severino metteva in questione l’idea stessa di creazione, e pertanto il suo pensiero si configurava, sulla base della condanna espressa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, come estraneo alla Chiesa Cattolica.

Per quanto le radici del pensiero di Severino siano addirittura arcaiche, egli è tuttavia stato in grado di avviare un intenso confronto con alcune motivi centrali della filosofia contemporanea, primo fra tutti quello del nichilismo. L’Occidente risulta, ai suoi occhi, malato di nichilismo poiché ammette il nulla e il divenire, In questo modo il pensiero di Severino si propone in aperta concorrenza con quello di un altro filosofo influente e discusso in Italia, Martin Heidegger. Anche secondo Heidegger, l’Occidente è immerso nel nichilismo perché è andato incontro all’«oblio dell’essere». Tuttavia l’essere di Heidegger non è quello di Severino. Tanto l’essere di Heidegger si declina come evento e storia, quanto quello di Severino è votato all’eterno e alla gioia dell’immutabile. Severino ha avuto molti allievi e interlocutori di grande livello, ma nessun discepolo poiché il suo pensiero in fondo non lo consentiva concentrato com’è nella difesa di un’unica proposizione. La sua argomentazione implacabile, a difesa di una tesi solo apparentemente astrusa, attrae anche in quanto contraddice l’angoscia profonda del nostro immaginario, quella di essere prossimi a una catastrofe incombente che può improvvisamente sorprenderci sotto le fattezze del fungo atomico o del surriscaldamento del pianeta. —



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