«Nel mio treno dei bambini Modena diventa l’esempio di chi ha sempre accolto»
Ha legami con Modena il libro “Il treno dei bambini” (Einaudi) che Viola Ardone presenta oggi alla Biblioteca Delfini e domani nel carcere San’Anna. Con la scrittrice napoletana dialogherà, alla Delfini, Fabio Montella, giornalista e storico, collaboratore dell’Istituto storico di Modena. Il libro riporta ai “Treni della felicità”, secondo la definizione dell’allora sindaco Alfeo Corassori, quando nel dopoguerra le famiglie dell’Emilia accolsero quasi 7 mila bambini provenienti dalla zone più povere dell’Italia meridionale.
La sua è una storia commovente che tocca Modena…
«Modena ha accolto tantissimi di questi bambini. Ho scelto Modena come esempio, paradigma dell’accoglienza, della solidarietà, punta di diamante di questa operazione».
Cosa ha colto ?
«Dal punto di vista storico ho voluto riportare all’attenzione dei lettori una storia che era stata già documentata, ma mai narrata. Ho voluto condividere esperienze con persone che erano state partecipi o ne hanno conservato la memoria. Poi l’aspetto privato: questi bambini, partiti in pochi anni, hanno trovato tutti una casa. E tutti sono tornati. C’è la meraviglia di queste famiglie che hanno saputo aprire la loro porta a sconosciuti e prendersene cura come se fossero figli, persone care. E sono rimasti legami profondi anche per le generazioni successive».
Quali le fonti?
«Non solo documenti. Ho avuto modo di parlare con tanti che mi hanno raccontato la loro storia, in gran parte napoletani, perché sono di Napoli, ma anche signore che allora erano partite dal Lazio».
Perché ha scritto il libro?
«E’ una storia dagli aspetti narrativi fortissimi: l’allontanamento di bambini dai loro genitori ha qualcosa di fiabesco. Poi la scoperta di un mondo meraviglioso, la paura. Ai bambini che partivano si diceva a Napoli, dove c’era moltissimi monarchici : “ma dove andate , là si cono i comunisti che vi daranno botte, vi tortureranno…».
Questo libro non è un po’ pericoloso in questo momento?
«Non so. Ma non bisogna dimenticare che siamo stati un popolo particolarmente accogliente . Trasformarci in un popolo che stringe o chiude le porte non è connaturato in noi. Non è la nostra storia».
È una bella lezione anche per i detenuti…
«Spero possa suscitare attenzione, domande e anche qualche critica»
I suoi libri sono rivolti tutti al sociale?
«Non sempre. “La rivoluzione sentimentale”, del 2016, parla di una scuola di periferia e riguarda la questione ambientale che oggi è un tema abbastanza dibattuto».
Da dove parte questo percorso di impegno?
«Faccio da anni un’esperienza di lettura nel carcere minorile a Napoli. E mi sono chiesta che significato ha la lettura e scrittura creativa. Ma quando concludo questa esperienza di incontri, la risposte è che dare libertà alle parole e alle idee è riprendersi la propria libertà». —
M.F.
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