Gazzetta di Modena

La ragazza d'autunno, una storia di cruda realtà di Balagov

Alberto Morsiani
La ragazza d'autunno, una storia di cruda realtà di Balagov

“La ragazza d'autunno”, ha vinto il premio Un Certain Regard a Cannes ed è stato il film russo selezionato per i premi Oscar 2020, entrando nei dieci semifinalisti.

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LA RAGAZZA D'AUTUNNO di Kantemir Balagov. Russia 2019 

Lo abbiamo conosciuto per una intensa opera prima, “Tesnota”, che ha avuto distribuzione in Italia; questa sua opera seconda, “La ragazza d'autunno”, ha vinto il premio Un Certain Regard a Cannes ed è stato il film russo selezionato per i premi Oscar 2020, entrando nei dieci semifinalisti. Stiamo parlando di Kantemir Balagov, talentuoso regista non ancora trentenne, allievo del grande Sokurov, che ne riprende l'attenzione maniacale alla forma cinematografica e la capacità di guardare con intensità il dato del vero. Siamo a Leningrado, nell'autunno del 1945. La guerra è vinta dai sovietici, ma dopo il lungo assedio nazista la città è distrutta. Gli ospedali rigurgitano di feriti. In uno di questi lavora Iya, bionda altissima e timida, che ogni tanto si blocca a causa di un trauma da stress.

La chiamano “la giraffa”, per la sua statura, e vive con un bimbo, Pashka. Iya si aggira per gli ambienti del film, le stanze d'ospedale, le stanze domestiche, le cucine, i cunicoli, i pianerottoli, ingombrandoli con il suo corpaccione carico di un mistero che il film solo in parte chiarisce. La tragedia è perennemente in agguato, ed anche i momenti di gioia e tenerezza possono trasformarsi in dolore e sofferenza. Il fatto è che il corpo della “giraffa” è, insieme, strumento di pace ed arma di morte.

Se la prima parte del film è dominata dalla giraffa, fino alla tragedia di Pashka, la seconda vede condividere assieme a lei gli spazi dall'amica Masha, la vera madre del piccolo. Masha è stata al fronte, dove si è anche prostituita per sopravvivere, ed è molto più spregiudicata dell'amica stangona, con cui va a vivere una volta tornata dalla prima linea. Ma Pashka non c'è più, e Masha vuole che l'amica compensi la perdita di cui è responsabile fornendole un nuovo figlio.

Così, sorge tra le due una relazione morbosa e manipolatoria. Attorno a questa relazione tra due donne segnate, Balagov costruisce con sapienza un vero e proprio affresco, che certamente nasce e si nutre degli spasmi del dopoguerra, ma che ambisce con evidenza a un potere metaforico più ampio, puntando a illustrare un quadro di sofferenza esistenziale che va al di là del dato del reale.

La Leningrado del 1945 diventa dunque, grazie anche a uno straordinario lavoro di fotografia e soprattutto di colori eloquenti ed emozionanti, e a una macchina da presa virtuosistica fin quasi all'eccesso, un “locus” simbolico di passaggio dalla morte alla vita e dalla vita alla morte, un purgatorio dell'anima pieno di vittime sacrificali, a partire dall'innocenza impossibile del piccolo Pashka su su a risalire agli impacci delle due ragazze, costrette a reinventarsi lasciandosi alle spalle un passato spaventoso e cercando di sopravvivere a un presente pieno di ostacoli e provando a immaginarsi un futuro diverso.

I traumi della guerra vanno di pari passo con quello delle protagoniste, ancora una volta, come già in “Tesnota” delle giovani donne, quasi che l'essenza femminile fosse la più adatta ad esprimere, nel contempo, il massimo di sofferenza esistenziale e il massimo di desiderio di riscatto.

Questo itinerario è immerso con sapienza in una realtà cruda, la cui “verità” il cinema di Balagov riesce a esprimere con immediatezza, quasi facendone sentire l'odore, l'aria intrisa di polvere, gli sbalzi di temperatura tra interni ed esterni.

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