Gazzetta di Modena

l’esposizione 

“Mountains and Parks” ad Aosta racconta i parchi naturali italiani

Stefano Luppi
“Mountains and Parks” ad Aosta racconta i parchi naturali italiani

3 MINUTI DI LETTURA







. «Con il digitale e uno smartphone in ogni tasca si è notevolmente alzata l’asticella della qualità e occorre anche fare i conti con la quantità delle immagini disponibili ovunque. Se c’è troppo cibo si corre il rischio che la fame passi». Non ha per il momento mostre previste a Modena, il fotografo carpigiano Olivo Barbieri, anche se alla Galleria Civica ha esposto una decina di anni fa in una grande monografica e più di recente suoi scatti si sono visti alla galleria Emilio Mazzoli e nell’ambito della ""Macchina modenese"" di Aldo Rossi all’ex Aem.

Oggi Barbieri - nato nel 1954, studi a Pedagogia e Dams di Bologna - ha un’ampia antologica ad Aosta, presso il Centro Saint-Bénin.

Barbieri quali i contenuti della nuova mostra?

«La mostra nasce da una idea precisa, quella di raccontare i luoghi naturali, i paesaggi fuori dalle città. Raccolgo una ventina di anni di lavoro, dalle cascate ad altri siti fotografati, come ad esempio quattro enormi discariche della Thailandia, Malesia e Indonesia».

Qual è il messaggio?

«Il tema è quello dei Parchi Tematici. Le Dolomiti, le Alpi. Alcuni luoghi che ancora si possono vedere si sono conservati perché fatti conoscere ai turisti che hanno preso a visitarli: un paradosso e una provocazione, visto che in genere si dice il contrario in termini di preservazione del territorio. Ma pensiamo, ad esempio, alle cascate del Niagara: forse non ci sarebbero più come le conosciamo, se non ci fossero state le risorse del turismo e la prova sta nel fatto che di notte letteralmente vengono spente le luci e l’acqua non scorre. Ora però non basta, bisogna fare di più, uscire dalla cartolina, alzare lo sguardo».

Questo l’ultimo atto, ma lei come inizia il suo percorso artistico?

«Ho iniziato ad esporre più di quarant’anni fa, con una personale a Modena alla Galleria Civica con un testo introduttivo di Franco Vaccari: da allora ho pubblicato più di cinquanta monografie e miei lavori sono nelle collezioni permanenti del MoMA di New York e di San Francisco».

Lei ha esposto anche in Cina

«Sì, la prima volta non nella Cina odierna, ma in quella dei tardi anni ’80 e proprio dentro la Città Proibita. Un altro pianeta. La Cina era diversa, quasi indecifrabile. Dal 1989 ci sono andato ogni anno e ne ho seguito la trasformazione».

Quali i suoi maestri?

«Ho partecipato a Viaggio in Italia di Luigi Ghirri (un progetto storico della fotografia internazionale, ndr) con autori come Guido Guidi e Gabriele Basilico. Poi mi sono concentrato sull’illuminazione artificiale in occidente e in oriente».

Ha esordito insieme a figure storiche come Vaccari, Basilico, Ghirri, Guidi…

«E’ andata bene, in quegli anni non eravamo certi che la fotografia sarebbe diventata la forma d’arte più importante del secolo scorso, ma ci credevamo. Ora il successo internazionale di autori come Ghirri e Guidi lo dimostrano».

Attualmente la sua ricerca a che punto si trova?

«Oggi abbiamo a disposizione tutte le immagini che vogliamo e di questo occorre tenere conto. Come dicevo l’asticella si alza continuamente. Ora mi muovo su due fronti. Sto preparando due libri e due mostre: sui trent’anni di progetti in Cina e sui mie primi lavori degli anni ottanta, 1980-1984 Early Works. Parallelamente sviluppo nuovi progetti che hanno come soggetto la capacità odierna di leggere le immagini in occidente, vedi American Mounument and Monument presentata l’anno scorso alla Galleria Emilio Mazzoli qui a Modena. E appunto questa retrospettiva ad Aosta, Mountains and Parks che dalle immagini bidimensionali entra nella scultura».

Il digitale ha peggiorato o migliorato il lavoro di foto artisti visto che oggi tutti fotografano?

«Si potrebbe dire che la storia delle immagini fotografiche sia finita, o almeno una sua parte un po’ nostalgica… Quando nacque il programma Photoshop pensai ottimisticamente che in fin dei conti fosse la continuazione della fotografia con altri mezzi. Poi, certo, non è perché abbiamo a portata di mano le parole che siamo diventati tutti James Joce». —



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google