“Sono venuta dalla monnezza Ventuno anni così. Tutti uguali”
Ecco il testo integrale di “Puzza di monnezza” di F.D.L. del carcere femminile di Pozzuoli: “Dove me ne devo andare? In quale mondo? Vengo dalla monnezza, dalle saettelle*, dalle zoccole*. Sono fuggita, mi sono nascosta, ho nascosto droga, fumo sottoterra nelle fogne. Vengo dalla monnezza. Una striscia bianca per sentirmi il padrone della terra. Ero io il più forte. Invincibile. Ho rubato sotto tronole, acqua e saette* per cento euro. Tanto costava quel sogno. Vengo dalla monnezza. Soldati comandati. Plotoni di morte. Il Paradiso. Soldi per ricomprare lo stesso sogno, ogni volta. Dalla settimana mi scalavano il costo del sogno. E a casa non portavo mai niente. Vengo dalla monnezza. Vivevo di notte per sentirmi al sicuro dentro il buio. Alle sei del mattino scappavo a casa, perché il sole mi faceva paura, dovevo essere invisibile, sei sette birre per addormentarmi, fino alle cinque del pomeriggio. Poi tutto ricominciava, uguale a ieri. Sono venuta dalla monnezza. Ventuno anni così. Tutti uguali. La mia vita l’ho salvata. Tanti non ce l’hanno fatta: Giovanni, morto nella spazzatura a Piazza Dante. Antonio, morto in comunità mangiato dall’AIDS. Gennarino e il suo ultimo sogno di morire senza dolore, con quella busta di erba che gli portai. L’ultima. Sono qui. Fuori dalla monnezza. Dentro il sogno di potermi salvare. Ho cominciato a dare valore ad un fiore, a mio figlio, ad una penna per raccontare, ad uno sguardo da conquistare. Oggi io sono viva. Comincio da qui”. (*puzza di spazzatura , *tombini *topi , *sotto tuoni, acqua e fulmini).
Ecco l’incipit del testo di W.P. del carcere di Milano Opera: “Spalancò gli occhi di colpo e si guardò in giro con aria smarrita. Non capiva dove si trovava. Secondo i suoi ricordi avrebbe dovuto trovarsi in carcere, ma quello dove si era svegliato non lo era o, perlomeno, non gli sembrava che lo fosse. Da quando quel carcere aveva una sezione femminile. Eppure erano chiaramente voci di donna quelle che sentiva. E la cella poi?... Ma era veramente una cella? Dov'erano le sbarre alla finestra? Il cancello e la porta blindata dove erano finite? La porta sembrava essere una di quelle, comunissime negli ospedali, in legno e con una lastra di vetro smerigliato nel mezzo. Ed era da solo. Il suo compagno di cella dove era finito? Anche il suo letto era sparito”.
Dal testo di C.B., Istituto penitenziario di Pescara: “Ero detenuto presso la Casa circondariale, dove ancora attualmente sono ristretto. Era uno di quei giorni in cui vedevo il buio della mezzanotte nonostante fosse ancora mattino presto. Era il momento più buio che più buio non può fare, ma il mio sogno riposto in un cassetto si stava per avverare. Quel giorno la vita mi mostrò la sua imprevedibilità facendomi incontrare il sorriso di una donna. E quel sorriso bastò per stravolgermi la vita”.
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