Gazzetta di Modena

Anche un po’ di Modena per raccontare il mondo in cui visse il geniale pittore

STEFANO LUPPI
Anche un po’ di Modena per raccontare il mondo in cui visse il geniale pittore

La prestigiosa mostra romana ospita opere di Ugo da Carpi e un prezioso volume del “Carmina Varia” della Biblioteca Estense 

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La mostra/2

STEFANO LUPPI

“Che de la morte de Raphaello d'Urbino, quale morite la notte passata, che fu quella di Venerdì Santo, lasciando questa corte in grandissima et universale mestitia (mestizia, ndr) per la perdita de la speranza de grandissime cose che si spettavano da lui quale avere bono honorato questa etade”. Scrive questo, il 7 aprile 1520, il conte Pandolfo Pico della Mirandola, un erede di Pico e della casata regnante nella Bassa, il giorno seguente la morte di Raffaello. La missiva, conservata nell’Archivio di Stato di Mantova, è diretta alla duchessa Isabella d’Este, con la quale il maestro di Urbino era sempre stato in stretti rapporti d’amicizia. Inizia ufficialmente anche da queste parole la “santificazione” del grande artista, autore di opere d’arte conosciute anche dai non esperti come dimostra la mostra alle Scuderie di Quirinale già prenotata da 70mila persone. La marchesa di Mantova Isabella (17 maggio 1474-13 febbraio 1539), figlia di Ercole I d'Este, secondo duca di Ferrara e Modena, viene dunque avvisata immediatamente della morte di Raffaello d'Urbino, avvenuta la notte precedente, il 6 aprile, con Pandolfo che le riporta i momenti di un lutto profondo e unanime che pervade tutta la corte papale. Pandolfo Pico, infatti, proprio per disegnare quella assonanza con la morte di Cristo cui all’epoca venne legata l’opera del grande pittore, racconta che il cielo al momento del decesso diede appunto lo stesso “segno” mostrati alla morte del Figlio di Dio, “quando lapides scisi sunt”. Pandolfo, che nella lettera erroneamente attribuisce a Raffaello gli stessi anni della morte di Cristo quando invece ne aveva 37, racconta a Isabella d’Este che all’ultimo respiro si udì anche una sorte di terremoto, tanto che lo stesso papa Leone X De’ Medici abbandonò in fretta e furia il palazzo pontificio e fuggì altrove. Sempre alla marchesa d’Este Pandolfo Pico della Mirandola invia alcuni versi composti da diversi autori sempre in morte dell’artista urbinate. Nella mostra di Roma sono presenti altre testimonianze della morte di Raffaello - i “diarii” del 7 aprile 1520 del testimone Marcantonio Michiel a esempio - va segnalata la presenza anche di un’opera proveniente dalle Gallerie Estensi di Modena. Non è un Raffaello, ma è un’opera libraria preziosissima perché proveniente dalla celebre biblioteca degli Este oggi conservata alla Biblioteca Estense Universitaria. Si tratta del “Carmina Varia”, scritto a fine ‘400 dal ferrarese Antonio Tebaldeo, precedettore di Lucrezia Borgia e stretto amico di Raffaello Sanzio che lo raffigurò nel celebre affresco del “Parnaso” in Vaticano. Ma a destare stupore nella mostra sono soprattutto alcune xilografie a chiaroscuro realizzate da Ugo da Carpi e provenienti dalla Albertina di Vienna. Del celebre incisore carpigiano, vissuto dal 1470 al 1532 e divenuto noto a Venezia e Roma negli anni di Tiziano e Raffaello, sono esposti “Enea e Anchise” e “La morte di Anaia” del 1518, uno “Studio per la Pesca Miracolosa” del 1520-1525 legato al celebre soggetto raffaellesco e “Il Sogno di Giacobbe” del 1524 – 1527, xilografia posta al fianco del disegno con lo stesso soggetto di Raffaello dal British Museum di Londra. —



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