Gazzetta di Modena

La storia mai narrata di quei prigionieri tornati dalla Guerra ed emarginati in Italia

francesco dondi
La storia mai narrata di quei prigionieri tornati dalla Guerra ed emarginati in Italia

Fabio Montella ha ricostruito in un libro la vicenda “dimenticata” dei soldati deportati dagli austriaci, tanti finirono a Modena e Mirandola 

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L’INTERVISTA

francesco dondi

Si chiama “Prigionieri” ed è l'ultimo libro di Fabio Montella, giornalista mirandolese e ricercatore dell'istituto storico di Modena. Edito da Itinera Progetti, dinamica casa editrice di Bassano del Grappa fondata nel 2000 e specializzata in studi sulla Prima Guerra Mondiale, “Prigionieri” va ad indagare la vicenda dei militari italiani nei campi di concentramento della Grande Guerra: dalla detenzione al ritorno, passando per l'internamento in Patria e il loro oblio. Lo fa dopo un lungo lavoro di ricerca su documenti, in gran parte inediti, reperiti a Roma, nell’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito e all’Archivio Centrale di Stato, a ma anche in diversi archivi locali. Furono infatti almeno 800, gli ex prigionieri italiani della Grande Guerra che morirono in Italia, dopo l’armistizio, a causa dell’impreparazione con la quale fu affrontato il problema del loro rientro e dei pregiudizi nei loro confronti delle autorità politiche e militari del Regno. «Ho raccontato per la prima volta in modo complessivo e dettagliato – spiega Montella - la vicenda degli ex prigionieri italiani, le sofferenze patite nei campi austro-ungarici e germanici, il loro rientro in patria. Nei campi di concentramento d’oltralpe morirono circa 100mila militari del Regio Esercito, quasi il 17 per cento del totale; una percentuale sensibilmente più alta di quella degli eserciti alleati. Il motivo è da ricercare non in una particolare crudeltà del nemico (come qualcuno, all’epoca, si affrettò ad insinuare), ma soprattutto nella linea di non intervento statale rispetto all’organizzazione e all’invio degli aiuti ai prigionieri; una scelta che scaricava tutto il peso degli aiuti sulle spalle dei familiari e della Croce Rosa. Tra le fila della classe dirigente nazionale era infatti ben radicata la convinzione che la gran parte di coloro che erano stati catturati fossero dei traditori. Negare gli aiuti significava dunque far vivere i connazionali in condizioni precarie “perché la resa – come disse Cadorna – doveva suscitare orrore in chi ancora combatteva». Dopo l’armistizio, firmato a Villa Giusti, nuovi centri di raccolta vennero frettolosamente allestiti in tutta Italia, per raccogliere i soldati usciti dai campi di concentramento degli Imperi Centrali. Gli ex prigionieri italiani furono costretti a una nuova forma di detenzione – considerata, da alcuni, ancora più odiosa di quella patita presso i nemici – e subirono interrogatori che dovevano accertare le cause della loro resa (e i relativi eventuali reati). Nelle autorità italiane vi era anche la preoccupazione di una rieducazione “morale” di questi soldati, che nei campi di prigionia potevano essere stati “contagiati” da idee “bolsceviche”, ritenute altamente pericolose dopo la rivoluzione avvenuta nel 1917 in Russia. Raccolti in campi dalle dotazioni assai precarie, nel freddo inverno del 1918, centinaia di ex prigionieri morirono, falcidiati dall’influenza spagnola che in quel periodo imperversava nel nostro Paese. Molti di loro morirono in provincia di Modena, che era sede di due importanti centri di raccolta: Modena e Mirandola, con numerosi sottocentri in varie località. Montella conclude il suo lavoro ripercorrendo il dibattito parlamentare e sui giornali intorno al rientro degli ex prigionieri e gettando uno sguardo anche alla questione delle salme dei soldati morti in cattività. In alcuni casi persino il rientro dei corpi sarebbe stato oggetto di orrende speculazioni. Insomma, una serie di vicende complesse e intrecciate, con i prigionieri che finirono in un lungo "cono d’ombra" storiografico, dimenticati anche dal nascente fascismo. Ìl libro è , e in vendita in libreria e negli store on line al costo di 21 euro. —

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