«Forti tensioni tra le lotte per il lavoro e il fascismo»
La tragedia che si consumò quel giorno figlia di un periodo difficile per Modena
Il contesto
L’eccidio del 7 aprile 1920 ebbe conseguenze rilevanti per una città che stava vivendo un periodo di forti tensioni sociali e politiche, caratterizzato da una lunga stagione di scioperi e scontri, ma segnato anche dalla riorganizzazione del movimento fascista (dopo una prima effimera costituzione nel 1919), che fin dal suo sorgere si oppose con metodi violenti al movimento organizzato dei lavoratori.
Le due Camere del Lavoro associavano all’epoca qualcosa come 80 mila lavoratori (60 quella socialista e 20 quella sindacalista, che era a maggioranza di matrice anarchica). «La Grande guerra – spiega Fabio Montella, storico e giornalista, che ha consultato documenti inediti conservati all’Archivio centrale di Stato di Roma e all’Archivio di Stato di Modena per realizzare un’approfondita ricerca sull’eccidio - ha contribuito ad appianare le rivalità a sinistra, ad avvicinare le correnti che erano rimaste ostili al conflitto. Nella primavera del 1919 le due Camere del Lavoro, insieme al Partito socialista e al gruppo libertario, hanno firmato un patto di ‘unità proletaria’. Le sinistre dopo anni di divisioni marciarono compatte e alle elezioni di novembre i socialisti stravinsero. Anche il Partito Popolare, da poco costituito, ebbe una buona affermazione, specie in Appennino».
Ma la partita più importante deve ancora essere giocata. I socialisti puntano a conquistare le amministrazioni locali. A differenza dei liberali, infatti, essi vogliono riformare l’Italia dal basso, dai Comuni, rendendoli uno strumento di vera emancipazione delle classi subalterne. Investendo nella scuola, nell’igiene, nel lavoro, nello sviluppo. C’è un grande vento di cambiamento che soffia su Modena. E ciò preoccupa le autorità, come la questione della rivoluzione, del potere ai Consigli di fabbrica, ai soviet, sul modello russo.
«A Modena ne parla, nel febbraio del 1920, il segretario della Camera del Lavoro socialista, Enrico Ferrari, in un articolo sul Domani. Ma al di là dei comizi, delle parole, degli articoli infiammati è vero che il proletariato – afferma Montella - vuole fare la rivoluzione? E soprattutto è pronto a rovesciare lo stato borghese come in Russia? Oggi sappiamo che non era così. Quello che il proletariato modenese cerca di ottenere, nel cosiddetto ‘biennio rosso’, sono patti colonici più equi, ribasso dei prezzi, più lavoro, abitazioni decenti. Si cerca di unire in una sola lotta contro gli agrari, i braccianti, i mezzadri, i bovari. Tutte le categorie del lavoro contro chi vive di rendita. Tutti chiedono miglioramenti ma quasi nessuno mette in discussione il sistema nella sua struttura». A luglio del 1920 ricominceranno le agitazioni. In settembre vengono occupate le fabbriche. A ottobre le sinistre trionfano alle comunali. Per la prima volta un socialista, Ferruccio Teglio, diventa Sindaco ma dopo appena sei mesi è costretto a dimettersi per le continue violenze dei fascisti, che hanno cominciato a organizzarsi alla fine di quell’anno. Seguirà una stagione di agguati, omicidi, incendi, bastonature. —
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