Gazzetta di Modena

Modena. «Contaminazioni e teste (giovani) “ben fatte” Così la Cultura si fa traino della ricostruzione»

GIULIANO ALBARANI*
Modena. «Contaminazioni e teste (giovani) “ben fatte” Così la Cultura si fa traino della ricostruzione»

Il decalogo del presidente della Fondazione del Collegio San Carlo 

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IL DIBATTITO

GIULIANO ALBARANI*

Di fronte ai morti, alle terapie intensive, alle vite spezzate, qualsiasi espressione e riflessione che, nei tempi del coronavirus, richiami, per ambiti che non siano quello medico-sanitario, parole come “dramma” o “emergenza” rischia di apparire inappropriata. Non si può tuttavia negare che, una volta ricondotte le parole al loro significato di contesto, si possa parlare, attualmente, nel nostro paese, in conseguenza dell’epidemia e nella prospettiva di una sua non breve permanenza endemica fra di noi, di una grave emergenza sociale e di una situazione drammatica sul piano economico. E della necessità, oltre che di salvare vite oggi, attraverso la medicina e le strutture sanitarie, di salvarle per domani, attraverso il rilancio dello sviluppo materiale e la tutela del benessere socio-culturale dei singoli e delle collettività.

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Ecco allora che la Cultura, uno dei segmenti di produzione e di esperienza che oggi appaiono, nell’immediato, più voluttuari, diventa, in proiezione, uno dei fattori fondamentali della “ricostruzione”. La Cultura si configura infatti come traino decisivo della ripresa che proviamo a immaginare dopo il virus. Sia in quanto comparto economico, per la sua oggettiva capacità e agilità nel produrre innovazione, occupazione, valore aggiunto, sia in quanto dimensione essenziale nella vita delle persone e delle comunità, per la sua insostituibile valenza nel costruire orizzonti di senso (a fronte delle paure e dello smarrimento), forme di condivisione e dialogo fra diversi (dove invece potrebbero prevalere le tendenze alla segmentazione e all’isolamento), ponti fra passato e futuro, memoria e progetto (quando sembra di contro rafforzarsi la dittatura totalizzante del presente e dei suoi problemi).

Pensare, in questo momento, a fare cultura nel nostro paese e nelle nostre città, significa, evidentemente, ancora e molto più di prima, schivare le facili retoriche sulla “crisi” (crisi dei valori e dei saperi, e poi dell’università, della scuola, eccetera), proprio perché la crisi ci si sta presentando non più nella sua forma astratta e discorsiva, un po’ salottiera, ma nella sua spiazzante concretezza. Certo, la natura fluida del contesto in cui ci muoviamo può costituire il viatico per approcci e comportamenti conservativi o trasformistici: cambiare in superficie tutto perché tutto, in profondità, rimanga invariato. Il cercare di continuare a fare le cose come prima, magari all’insegna della proverbiale “resilienza” – categoria totem del nostro tempo – è connaturato alle società complesse (e alla sommatoria di interessi corporativi da cui sono spesso alimentate, in tutti i settori, anche quello culturale). Ma chiunque riveste ruoli pubblici (non solo politici), credo abbia, oggi, il dovere di esplorare strade non battute e provare a costruire nuove sintesi. Alcune idee, o possibilità di idee, allora, in ordine sparso, per i tempi futuri, poco clementi e indulgenti, ma “aperti”, che attendono il mondo della Cultura. Anche a Modena.

Uno. Credere sul serio nella possibilità che in sede di elaborazione e progettazione culturale tradizione e innovazione non rappresentino entità contrapposte, ciascuna con le rispettive fazioni e “tifoserie”, ma costituiscano l’una il lievito dell’altra.

Due. Investire, dopo il Covid e in ragione delle pratiche indotte dall’epidemia, nelle opportunità positive e feconde che vengono offerte dalle nuove tecnologie, sulle quali è sensato muovere, ognuno per la sua parte e le sue possibilità, una piccola grande battaglia politica e intellettuale affinché esse non costituiscano, invece, un acceleratore di disuguaglianza, disgregazione sociale e solitudine di massa.

Tre. Puntare, tramite il lavoro culturale, alla ricomposizione delle fratture sociali prodotte, negli ultimi decenni, da dinamiche della demografia e dell’economia preesistenti all’epidemia e poi accentuate dall’epidemia stessa. La frattura fra le generazioni, in primo luogo. La frattura tra migranti e società ospitanti, poi, spesso alimentata per opportunistici motivi di rendita elettorale. La frattura, infine, tra minoranze beneficiarie di tutte le occasioni di formazione e acculturazione garantite dalla internazionalizzazione e interconnessione della società contemporanea e la platea di coloro che sono, o si percepiscono, esclusi dai processi di crescita, materiale ed immateriale, della “città globale”.

Idea numero quattro: sostenere, anche prendendo spunto da interessanti e feconde esperienze di contaminazione attuate durante la “clausura”, la circolazione dei saperi e delle intelligenze fra il mondo della ricerca e il mondo della scuola, poiché è proprio nella condivisione e socializzazione delle “scoperte” e delle innovazioni disciplinari, innanzitutto in ambito educativo e formativo, che si rafforza e ramifica l’albero della conoscenza. E già che ci siamo, provare a favorire anche nello specifico delle nostre realtà il superamento di steccati anacronistici, che limitano le prospettive di sviluppo collettivo e di crescita individuale, come nel caso della trita dualità fra la cultura umanistica e quella scientifica, oppure della arcaica dicotomia fra ricerca pura e ricerca applicata.

Cinque. Rafforzare la complementarità e sussidiarietà fra la dimensione del pubblico e la dimensione del privato, perché compito primario delle istituzioni, più che mai nel campo dell’elaborazione e produzione culturale, è quello di suscitare e consolidare sperimentazioni e pratiche generate, con originalità e spontaneità, dal tessuto della società civile. In questa logica promuovere il più possibile, senza chiusure e demonizzazioni, in una fase storica che sarà necessariamente contraddistinta da risorse scarse e da decisioni anche dolorose, la simbiosi fra investimento pubblico e logiche di mercato, perché la Cultura è una delle frontiere più promettenti dello sviluppo economico, ma essa, per creare valore, ha bisogno di una simbiosi, e non di una contrapposizione, fra protezione delle eccellenze e degli asset strategici, da una parte, e individuazione anche tramite meccanismi realmente competitivi delle potenzialità e capacità dei soggetti attuatori, dall’altra.

Sei. Credere nell’integrazione fra politiche sociali e politiche culturali, molto spesso percepite come divergenti (la pancia da un lato, il benessere intellettuale dall’altro): dovrebbe costituire elemento di senso comune, in particolare a partire dallo snodo storico che stiamo vivendo, che non esiste welfare senza intercettazione e soddisfacimento dei bisogni culturali, ovvero, contemporaneamente, che è contraddittorio, ancor prima che disfunzionale, concepire l’offerta e la circuitazione di cultura in un territorio prescindendo dalla mappatura dei bisogni sociali - di relazione e inclusione - delle persone in carne e ossa.

Sette. Accompagnare sempre di più i processi, spesso frenetici, di trasformazione urbana e demografico-sociale delle città con correlati e coerenti percorsi di valorizzazione e significazione culturale dei luoghi, chiedendo alle istituzioni di “servire” il territorio, di andare negli spazi di vita e socialità dei gruppi e delle persone, dove si formano appartenenze, si sedimentano memorie, e a volte si costruiscono identità che – fuori dai circuiti della comunicazione e condivisione culturale – rischiano poi di diventare isole.

Ultima idea, che forse le riassume tutte: dare gambe a una nozione di cultura non frammentaria, che superi con creatività e ingegno, con il supporto delle tecnologie ma soprattutto con le suggestioni innovative delle “teste ben fatte” (quelle, in primis delle generazioni emergenti, che sono per definizione più in linea con le esigenze degli anni che si approssimano), le facili classificazioni con le quali si è usi separare cultura alta e cultura bassa, cultura locale e cultura globale, cultura del “centro” e cultura delle “periferie”, produzione culturale (quelli che fanno cultura) e consumo culturale (tutti gli altri, spesso, anche senza volere, concepiti come “spettatori”, nell’accezione più riduttiva e passiva del termine).

Il mondo e i nostri percorsi di vita, superfluo sottolinearlo, saranno più complessi e complicati dopo e a causa della pandemia. Proprio per questo, è indubbio, in futuro ci sarà bisogno di più Cultura, non di meno Cultura, cioè di più numerose e articolate opportunità di decifrazione e comprensione della complessità (e delle complicazioni). Quale Cultura, con quali contenuti, mezzi, forme, e soprattutto in vista di quali obiettivi (evasione e ostentazione, oppure – meglio - formazione e partecipazione?) dipende, in parte, forse in tutto, dalle scelte che verranno prese in questi tempi. Tempi del dolore e del cordoglio, ma anche – ci piaccia o no - tempi della responsabilità e degli sguardi lunghi. —

*presidente Fondazione

Collegio San Carlo Modena

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