Pippo Delbono, il teatro e Covid che ci chiude in casa «Bisogna dirsi ti voglio bene»
L’attore, collabora da anni con Ert, analizza il momento «Torneremo in scena, magari attraverso strade nuove»
L’INTERVISTA
Andrea Marcheselli
Protagonista nello scorso fine settimana di “#laculturanonsiferma”, la rassegna di Ert che ha mandato on line quattro suoi importanti spettacoli, Pippo Delbono è artista sui generis che vale sempre la pena di ascoltare perché il suo racconto della vita non è mai banale, come sanno bene i tanti appassionati del suo teatro, una sorta di narrazione analitica/emozionale del tempo presente.
Lo abbiamo raggiunto telefonicamente a Catania, dove assieme all’amico di sempre Pepe Robledo sta affrontando la tempesta del Coronavirus, per ascoltarlo a proposito dei suoi spettacoli selezionati da Ert, ma il discorso non poteva poi non cadere sull’attuale situazione e su come si riverberi sulla fragile realtà del teatro.
«Sono quattro spettacoli per me importanti, che in qualche modo rispecchiano momenti diversi della vita sociale che stavamo vivendo negli anni in cui sono stati creati. Mi è parsa una bellissima iniziativa, quella di Ert. Sono la rappresentazione di un percorso effettuato nell’arco di un quindicennio, ma non escludo che in un prossimo futuro non si possano riproporre nel medesimo modo lavori anche precedenti, come “Gente di plastica”, “Il silenzio”: non possiamo purtroppo sapere quando potremo tornare a vedere il teatro dal vivo».
Sebbene questo sia, sotto molti aspetti, simile a un palliativo, rispetto alla vera esperienza teatrale. Di sicuro viviamo un momento terribile per lo spettacolo in generale.
«Non si può certo pensare che le cose procedano solo in questo modo: il teatro è fatto di rapporti umani, è un incontro, non si può pensare di spostarlo interamente su uno schermo. Verrebbe a mancare una delle sue principali prerogative. Stiamo passando un momento totalmente straordinario, dove il dolore si unisce al bisogno di amore, dove la tristezza si unisce al bisogno di scappare, dove la paura si unisce alla speranza».
Ma a suo parere possiamo sperare in tempi di ripresa accettabili?
«Non so cosa stia accadendo nella nostra vita. E pure dentro di me: sto attraversando un periodo molto particolare, in cui tutto si sta come mescolando in qualcosa di passivo che non si capisce bene cosa sia, per cui anche creativamente fatico a trovare l’impulso che mi dia la forza di procedere in avanti». Quindi nessuna nuova produzione è in vista?
«Ogni idea che io abbia fin qui partorito cambierà sicuramente rispetto a come era stata pensata. Non puoi uscire da un periodo così senza rimanerne contaminato nel tuo lavoro, è impossibile».
Sul piano istituzionale, le sembra che ci sia sufficiente attenzione per lo spettacolo?
«È certo che adesso bisogna concentrarsi su questioni di natura primaria, ma nello stesso tempo non si può non pensare ad un riscatto, a quello che succederà dopo, e bisogna pensare sicuramente anche al teatro. Che sarà tra le ultime cosa che potranno ripartire, per come è fatto e per il peso che spesso gli viene dato»
E se dovessero impedirci di tornare a teatro tutta la prossima stagione?
«Ho letto di recente di un invito affinché la Rai torni a produrre teatro, come una volta, quando si vedevano in tv spettacoli di primissimo ordine. Perché non riprovarci? È un momento in cui tutto sta modificandosi, i cambiamenti spesso nascono dalla necessità di trovare vie nuove, situazioni che ci proiettano in direzioni prima anche impensabili, perché allora non ripensare anche a cosa può offrire la televisione?»
Ci rimane, insomma, da stringere un po’ i denti.
«Per ora via telefono cerco di sentire gli amici, trovare le persone, parlare con la gente, continuare ad essere vivo, altrimenti si muore dentro. È indispensabile mantenere forti i rapporti umani, continuare a sentirsi vicini anche se non ci si può vedere. Bisogna dirsi ti voglio bene, fare cose che si davano per scontate ed invece ora si rivelano il sale della vita». —
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