Da Sassuolo ai Balcani: Giulio Zanni e le immagini di un mondo in transizione
Un autore affermato che ha deciso di vivere a Skopje «La macchina fotografica ferma le mie visioni di realtà»
l’intervista
GABRIELE BASSANETTI
Da Sassuolo ai Balcani e a una carriera non convenzionale. Giulio Zanni, sassolese, classe 1966,oggivive a Skopje, è consigliere politico nell'Unione e come artista della fotografia, autore di libri e vincitore di numerosi premi.
Quale è stato il percorso che ti ha portato all'attività di fotografo.
«Ho sviluppato la passione per la fotografia da ragazzino. Ho iniziato a giocare con la macchina fotografica a dodici anni, poi l’attrazione si è fatta più forte ed ho iniziato a sfogliare i libri dei giganti della Magnum, Cartier-Bresson. La mia maturazione artistica è iniziata relativamente tardi e credo come frutto di varie esperienze di vita. Come disse Ansel Adams, la fotografia e l’insieme dei libri che si è letto, la musica che si è ascoltata, la gente che si è amata».
Da quanto tempo hai lasciato Sassuolo? Da quanto vivi nei Balcani e perchè questa scelta?
«Dopo la laurea in giurisprudenza ho fatto un master in relazioni internazionali a Milano e poi uno stage al Parlamento Europeo. Ma volevo l'esperienza sul campo, in zone di conflitto. Così ho iniziato l’avventura in Bosnia pochi mesi dopo la firma del trattato di pace quando i fucili erano ancora caldi. Lì sono rimasto per vent’anni lavorando per varie organizzazioni internazionali quali Un, Osce ed Unione Europea. Da cinque anni lavoro in Nord Macedonia. Andavo in Yugoslavia al mare con i miei genitori. Rappresentava il diverso più vicino all’Italia. Poi dopo la morte di Tito la polveriera è scoppiata. La guerra era così vicina e allo stesso tempo così lontana dall'Italia. Sono affascinato dalla storia di un periodo della mia vita: gli anni di piombo in Italia, il socialismo reale all’est, il punk, la caduta del muro di Berlino...»
Sei anche consigliere politico per la commissione europea. Dividi la tua attività con la fotografia?
«Sarebbe riduttivo, anche se in parte vero, dire che il mio lavoro di consigliere politico paga le bollette e che la fotografia alimenta il mio spirito. In realtà sono due elementi importanti della mia vita e da entrambi traggo soddisfazioni. Sia i miei studi che il mio interesse fotografico sono orientati verso realtà in transizione marcate da profondi conflitti sociali».
Prediligi il bianco e nero, i luoghi, le forme alle figure in movimento.È' una precisa scelta stilistica maturata nel tempo?
«Non sono interessato alla realtà convenzionale, che comunque credo essere vuota di realtà intrinseca. Mi ritengo un artista che usa la macchina fotografica come strumento di base per tradurre le sue visioni in immagini. Faccio fotografia “fine art”, l’uso del computer in post-produzione ha un’importanza ugualmente preponderante. Fotografo per non dover spiegare e consegno un’immagine allo spettatore il quale e' libero di reagire come vuole. Come soggetti preferisco l'architettura, trovo gli edifici essere una perfetta base di partenza per le mie interpretazioni artistiche.
Ci spieghi il concetto del tuo ultimo, premiatissimo libro, “Spomenici and Brutalism”?
«In serbo/croato/bosniaco, “spomenici” significa “monumenti”. Monumenti costruiti durante il periodo socialista in celebrazione di vittorie e battaglie contro il nazismo/fascismo sono ancora presenti su tutto il territorio dell’ex Yugoslavia e di alcuni paesi vicini, abbandonati alla natura da governi che cercano di dimenticare il passato. Dal punto di vista architettonico, trovo queste strutture estremamente affascinanti, come venissero da un altro pianeta. Questo libro e’ il risultato di sei anni di lavoro e di fine settimana spesi macinando chilometri tra Lubiana e Skopje. Tuttavia non è un esercizio di documentazione . Ho usato questi monumenti come base di partenza per interpretazioni personali nel tentativo di attribuire una nuova identità artistica a queste strutture.
Quali sono i risultati di cui sei più orgoglioso e quali i programmi futuri?
«Le mie serie fotografiche hanno ricevuto vari riconoscimenti internazionali. Sicuramente i più prestigiosi sono i primi premi nella categoria professionisti dell’International Photography Awards e del Prix de la Photographie di Parigi. La mia fotografia è frutto di un cammino evolutivo. Tutto cambia e si trasforma, in ogni momento».
Anche Sassuolo si presta probabilmente a una rappresentazione fotografica basata sull'edificio vissuto, dismesso, post-industriale. Mai pensato a un lavoro anche nella tua terra di origine?
Certo. È un progetto che ho ripassato nella mia mente varie volte». —
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