Gazzetta di Modena

«Abbiamo già rinviato trenta spettacoli ma faremo di tutto per metterli in scena»

a.b.
«Abbiamo già rinviato trenta spettacoli ma faremo di tutto per metterli in scena»

Berto Gavioli, direttore del Michelangelo, unico teatro privato Dubbi sulla sopravvivenza e un impegno con il pubblico 

4 MINUTI DI LETTURA





la storia

«La chiusura è un danno economico enorme, il rischio di dover mollare e abbassare il sipario c’è»: queste, a inizio marzo, le parole del direttore del teatro Michelangelo Berto Gavioli. Poi c’era stata la “scoccata” al Comune: «Non abbiamo sovvenzioni pubbliche ed è proprio in un momento del genere che l’amministrazione pubblica locale si deve rendere conto dell’importanza di una struttura come il Michelangelo.

A distanza di oltre un mese, per il futuro del teatro di via Giardini potrebbe davvero esserci una speranza.

Direttore, aveva detto che questo poteva essere il suo ultimo anno di attività. Ci sono novità?

«Sì, c’è stato un contatto significativo e, devo dire, gradevole sul piano del rapporto personale con l’assessore alla Cultura Andrea Bortolamasi, il quale si è impegnato a fare da tramite con la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena affinché possa aiutare a sostenere l’attività del Michelangelo. E lo dico con grande piacere perché è la prima volta che sento queste parole da parte dell’amministrazione, che è evidentemente interessata a salvare non solo noi, ma tutte le realtà che si muovono sul territorio. Chiudere il Michelangelo dopo 31 anni non sarebbe un danno solo per un’attività, ma per i cittadini, per il quale è diventato uno spazio importante e di valore».

Per il Michelangelo come sono state le ultime settimane?

«Come tutti i teatri privati che non hanno sovvenzioni pubbliche ci troviamo in un momento di ancora maggiore difficoltà. Più questa fase di chiusura forzata si prolunga e più sarà difficile ripartire. Anche se tutti stiamo spingendo per riaprire, la situazione è purtroppo sconosciuta. Io so cos'è il teatro, ho fatto teatro come attore, produttore, organizzatore e gestore, ma quello che non conosco è cosa ne sarà con la pandemia. Oggi il settore è paralizzato e anche ipotizzare il distanziamento sociale a teatro è difficile per due ragioni».

Quali?

«Il primo è che, se anche gli attori dovranno essere distanziati, bisognerà fare una selezione molto forte sul tipo di proposta teatrale. Insomma, individuare opere ad hoc, perché faccio fatica ad immaginarmi Romeo e Giulietta sul palcoscenico con la mascherina, distanti 2 metri l’uno dall’altro, mentre si dicono che si amano. Il secondo è che se lo potranno permettere solo i teatri pubblici, cioè solo coloro per i quali la voce incasso da pubblico è non la prima ma, forse, la decima voce di interesse perché hanno altri contributi alle spalle. Il Michelangelo ha 500 posti, riempirne solo un centinaio è impensabile sul piano economico».

Cosa succederà agli spettacoli che erano previsti in questi mesi?

«Tra marzo, aprile e maggio si parla di una trentina di spettacoli che sono stati tutti rinviati a data da definire. Nessuna cancellazione ma non ce la sentiamo nemmeno di prendere il giro il pubblico scrivendo delle date ma magari non riusciranno a concretizzarsi a causa della situazione sanitaria. Inutile dire oggi settembre, ottobre, se poi non ci saranno le condizioni per riprendere l’attività. Di sicuro noi questi spettacoli li faremo, anche se saremo “morti” almeno questi li faremo per dare soddisfazione a coloro che hanno già in mano un biglietto».

Secondo lei sarà difficile riportare le persone a teatro?

«All’inizio sì, bisognerà arrivare a una tranquillità che non si sa, però, quando potrà essere raggiunta. Tutte le altre idee per continuare a fare teatro - penso allo streaming, alle piattaforme online, ai social – è chiaro che “in assenza di” vanno bene, però non possono essere quelle a tenere in piedi un settore. Per una questione di accessibilità al teatro è sempre stato e resta valido il fatto di provare a favorire il pubblico con aiuti economici, ma non credo che nei prossimi mesi sarà la convenienza a riportare le persone nei teatri. Credo piuttosto che sarà condizionato da quella tranquillità di cui parlavo prima. Uno non va a teatro perché risparmia, ci va perché ha il piacere di condividere con altri qualcosa di unico. Perché il teatro essendo un evento dal vivo è irripetibile, anche se uno spettacolo ha delle repliche non è mai uguale alla sera che segue o a quella che l’ha preceduto». —

a.b.

RIPRODUZIONE RISERVATA



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google