Gazzetta di Modena

OSPITE DOMENICA DI BPER-PREMIO STREGA 

La “Febbre” di Bazzi Parlare d’amore e Hiv superando i pregiudizi

Maria Vittoria Melchioni
La “Febbre” di Bazzi Parlare d’amore e Hiv superando i pregiudizi

Lo scrittore ha raccolto in un libro autobiografico la sua esperienza di sieropositivo nel mondo di oggi

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Maria Vittoria Melchioni

«Sono sollevato». Con queste spiazzanti parole Jonathan Bazzi ha accolto la diagnosi di sieropositività che gli è stata comunicata nel 2016. «Almeno ho avuto una spiegazione a quell’estenuante febbre che non mi mollava da mesi e che temevo fosse cancro, leucemia». Invece era “solo” HIV. Che “Febbre” (edito da Fandango) non fosse un libro qualunque, appare subito dalla copertina, dalla dedica. Che Jonathan Bazzi non sia uno scrittore improvvisato, sebbene esordiente, lo conferma la sua candidatura al Premio Strega. Bazzi, domenica alle 17.30, sarà protagonista del secondo appuntamento con i finalisti del premio letterario organizzato sui social da Forum Eventi. Con lui in streaming interattivo - in diretta, sulla pagina facebook BPER Forum Monzani, sulla home page del sito www.forumguidomonzani.it e sul portale www.premiostrega.it Silvia Ballestra (“La nuova stagione”, Bompiani) e Sandro Veronesi (“Il Colibrì”, La nave di Teseo) moderati da Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci.

Il suo è un romanzoautobiografico, in cui usa un linguaggio crudo, diretto per parlare fondamentalmente di amore. Quant’è difficile essere sieropositivi oggi?

«Dire di essere sieropositivo oggi è ancora un’affermazione che risulta choccante e te ne accorgi dalle reazioni che suscita. L’Aids si porta dietro ancora tutto quel retaggio di pregiudizi che lo circondano dal suo esordio negli anni ‘80. Non sei semplicemente un malato, sei una persona che ha condotto una vita “discutibile”: o sei un drogato, o hai avuto una promiscuità sessuale. E di HIV si è morti per molto tempo. Quindi c’era questa unione tra sesso e morte che ha fatto sì che lo sguardo su questa malattia assumesse tinte cupe ed indelebili. Quando a metà degli anni ‘90 sono stati introdotti nella terapia dei farmaci antiretrovirali, l’aspettativa di vita si è allungata ed sovrapponibile a quella dei sieronegativi. Purtroppo questo avanzamento della ricerca non è coinciso con un’evoluzione morale. Avere l’HIV è come avere una stigma sociale».

È cresciuto a Rozzano, periferia di Milano, terra di rapper, spacciatori. In un branco di pecore nere, lei era la pecora bianca: buone letture e lontano dai guai. Come c’è riuscito?

«Devo ringraziare la mia asocialità. Sono sempre stato un bambino solitario, con problemi relazionali. Avevo gusti differenti rispetto a quelli previsti dall’incasellamento di genere. Ero scomodo perchè non mi piaceva giocare a calcio, poi ero balbuziente. Sono quindi cresciuto in casa in una dinamica di difesa e di sopravvivenza quando uscivo. Tenendomi alla larga, non mi sono integrato a quel contesto”.

Usa piani temporali diversi nella narrazione, quanto le sono stati funzionali al racconto?

«Molto perchè, quando ho deciso di tenere insieme i due temi dell’HIV e di Rozzano, ho capito subito che non potevo procedere in ordine cronologico, ma di sovvertirlo e di partire dalla febbre non di finire da essa. C’è un intreccio del piano temporale con il mio io bambino e quello del mio io odierno».

Le figure maschili sono tutte molto negative, mentre quelle femminili sono quasi idealizzate.

«Ho usato la mia esperienza personale per suscitare riflessioni su certi comportamenti e questo si lega molto alla copertina del mio libro”.

Ce ne parli.

«E’ un’illustrazione di Elisa Seitzinger che è un’elaborazione particolare del ‘500 dell’iconografia di Santa Lucia. I suoi occhi sono come dei fiori e una mano li porge. Il senso è offrire un punto di vista».

Dedica il libro ai bambini invisibili. Chi sono ora?

«Quei bambini che non vengono visti per quello che sono, con i loro gusti e personalità non conformi al contesto, ma anche quelli che sono costretti a vedere e vivere situazioni che non sono a misura di bambino». —

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