Lucrezia Borgia, Modena e la peste del 1505: la spregiudicata duchessa in settecento lettere
In stampa la raccolta della sua corrispondenza con molti inediti. Ne esce un ritratto lontano dalla leggenda criminale
In pieno Rinascimento, anche la fastosa corte d’Este conviveva con virus e batteri. Ogni tanto divampava un focolaio, spesso non si capiva quale morbo fosse: «Chi dice sono bognoni, chi peste», scriveva da Modena Lucrezia Borgia nel 1505 riferendosi a tutta la zona fino a Reggio città. Un periodo certo meraviglioso per le opere d’arte che ci ha lasciato, ma per chi viveva allora erano dolori. Quando il morbo imperversava, i regnanti potevano scappare alla svelta. Il popolo invece doveva invece restare dov’era. Le grida, le ordinanze, erano chiare: «Niuno possi andare alle ville amorbate», le città, da cui non si poteva nemmeno uscire. «Et che ‘l non se accepti forastieri alle hostarie» e «Non se tenga scola, non si faci adunatione per funerali…». Come oggi dopo il decreto anti-coronavirus, niente assembramenti. Le punizioni per chi contravveniva erano ben più pesanti di tre mesi di reclusione e 206 euro di multa. Chi sgarrava aveva di che pentirsi amaramente.
Nel 1503 a Ferrara, capitale del ducato, infieriva la peste e Lucrezia, da Medelana dove si trovava, per evitare il «periculo» decideva di dirigersi verso Modena o Reggio o Carpi. Trascorsi due anni, scriveva al marito Alfonso d’Este che a Modena nella sua cerchia «morì una putta» e due donne erano rimaste infettate. La settimana dopo anche Lucrezia aveva la febbre. Era incinta e quando il bambino venne al mondo a Reggio, scampò pochi giorni: lo battezzarono Alessandro, il nome del nonno, il celebre papa Borgia, Alessandro VI, morto due anni prima. Il papa al centro di mille scandali e intrighi. Lucrezia era sua figlia e in seconde nozze si era sposata con Alfonso duca d’Este.
A fine luglio 1505, a Modena morirono di peste «una putina et una grandetta». Di come la vita rinascimentale fosse grama, altri esempi non mancano. Sono tutti contenuti nel volume, imminente, pubblicato da Tre Lune Editotre di Mantova: “Lettere di Lucrezia Borgia”. È la prima edizione di questi documenti ed a cura della studiosa americana Diane Ghirardo, con suoi testi, di Anna Maria Buzzi, Patrizia Cremonini (direttrice dell’Archivio di Stato di Modena che ha promosso la pubblicazione) e Enrico Angiolini. Circa 800 pagine per 727 missive, tutte quelle che la Ghirardo è riuscita e rinvenire in vent’anni di ricerche: alcune autografe, alcune crittografate, altre di mano dei segretari, molte inedite. Circa 300 lettere sono conservate nell’Archivio di Stato di Mantova. Un lavoro immenso, la prima edizione critica delle lettere di Lucrezia, affascinante figura femminile, fatta segno di una fama “perversa”, tanto cattiva quanto ingiusta, frutto velenoso di pregiudizi che la volevano intrigante e forse assassina. Al contrario, le lettere evidenziano il suo carattere solare, la sensibilità e l’acuta intelligenza: qualità che le consentirono di ben governare il ducato di Ferrara in assenza del marito, di disporre di uomini e armi e trattare con gli alleati. Notevole anche la sua attitudine a condurre gli affari sia economici che politici. Signora d’accoglienza alla corte estense e perfetta padrona di casa nell’organizzare feste sontuose. Spiccano inoltre le sue qualità umane: l’amore e la cura per i figli, la devozione cristiana documentata dai frequenti ritiri in preghiera e, per sua iniziativa, la fondazione di monasteri femminili. —
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