«Anno spartiacque Inizia l’era digitale il mondo del lavoro sarà rivoluzionato»
Secondo Carlo Altini ci saranno grandi trasformazioni «Vedo più pericoli che vantaggi: manca la socialità»
Michele Fuoco
All’inizio della pandemia avevamo creduto di poter recuperare valori. Scettico è, invece, Carlo Altini, direttore scientifico della Fondazione Collegio San Carlo e docente all’Unimore, perché «in situazioni di grande necessità spesso sono emerse emozioni, passioni non migliori dell’umanità. Credo sia una illusione pensare che il miglioramento delle nostre condizioni sociali, morali passi attraverso uno stato di necessità, una crisi. Anche se in alcuni casi sono state prodotte buone cose: dopo la seconda guerra mondiale si è rinsaldata l’idea che stare insieme si poteva costruire qualcosa di nobile. In caso di necessità emergono le condizioni della concorrenza. Lo vediamo nella quotidianità: polemiche politiche di basso rilievo, lotte per accaparrarsi le risorse del decreto ministeriale. Non c’è benevolenza, commiserazione, empatia. In uno stato di concorrenza non si migliora la condizione sociale, economica e politica. E là dove c’è una scarsità di risorse economiche è più facile che ci sia conflitto che cooperazione».
Quali trasformazioni bisogna attendersi?
«Il 2020 è una data spartiacque, come il 1989, quando è crollato il Muro di Berlino, il 2001 con l’attacco alle Torri gemelle di New York. Nulla sarà più come prima, perché la pandemia genererà nei prossimi mesi una radicale trasformazione delle strutture di produzione nel mondo del lavoro. Aziende e luoghi di lavori, già in sofferenza, li troviamo ora in una crisi difficilmente recuperabile. Si rafforzeranno sempre più lavori e prospettive per le industrie, le imprese legate al mondo del digitale. E cambieranno le modalità con cui fare il proprio lavoro. Pensiamo alla scuola, all’Università: si ritornerà nelle aule, ma non si può pensare che la scuola sia la stessa di prima. Il digitale entrerà ancora di più nelle modalità, con cui si fa educazione, formazione, ricerca. Cambia la natura della formazione, dell’educazione. Dietro non si torna più. Ma il digitale è anche pericoloso per i rapporti sociali, perché crea l’isolamento».
Nella cultura cosa può cambiare?
«Il digitale entrerà anche nel discorso cultura. Vedo più pericoli che vantaggi, perché manca la socialità. Una visita al museo non posso sostituirla con una panoramica di internet. Il mondo della cultura vive dell’esperienza, socialità, relazione».
Cosa occorre ritrovare in noi per affrontare con meno ansia il futuro?
«Pensiamo che il domani possa essere migliore di adesso, facendo un piano di lavoro per aumentare il fatturato. L’imprevisto non è presente nella nostra società. Invece, l’imprevisto radicale è il dato fondamentale della storia umana. Dovremmo essere più coscienti della nostra mutazione, finitezza. Non possiamo continuare a coltivare il desiderio di onnipotenza».
L’epidemia è figlia della globalizzazione? Porterà ad una chiusura o ad una maggiore apertura?
«La prima fase porta a chiusura. Fra qualche mese le cose ripartiranno e sarà impossibile tornare ad una situazione di protezionismo assoluto tra Stati. Quando la pandemia sarà passata, la dimenticheremo, come se queste cose non potrebbero mai tornare».
A chi bisogna affidarsi?
«In questo momento bisogna dare fiducia a persone che hanno competenze per risolvere il problema»
Al governo nazionale cosa manca? L’immaginazione o la cultura?
«Ritengo che senza politica non esista libertà. Tutte le critiche alla politica sono ingiuste, perché non può risolvere tutto. Penso che, in un momento così difficile per Italia, le istituzioni abbiano reagito con un minimo di capacità. Potremmo chiedere al governo è uno sguardo lungo. E’ mancata, in questa seconda fase dell’emergenza, l’immaginazione, la capacità di prospettare ai cittadini un’idea di futuro per il paese». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
