«Siamo vulnerabili dovremmo ricordarlo Ora però ci serve soprattutto fiducia»
Questo Festival della filosofia s’ha da fare. Non ci sono dubbi per Daniele Francesconi, che ne è il direttore scientifico. «I festival sono momenti di presenza. Non possono rinunciare alla dimensione comunitaria, partecipativa dello spettacolo dal vivo».
Ma come vi state organizzando?
«Stiamo lavorando per tenere il festival nelle piazze con la partecipazione del pubblico. Abbiamo già delle linee guida, visto che il 15 giugno saranno autorizzati gli spettacoli dal vivo. Si studia un progetto organizzativo, logistico che permetta, con allestimenti dei luoghi e prenotazioni, la presenza di persone nel rispetto delle cautele. Potrebbe esserci, senza rinunciare all’incontro tra protagonisti e pubblico, che è il cuore dell’evento, anche una integrazione di digitale per chi non può venire o non essere accolto nei limiti di sicurezza».
Cosa ci inquieta di più?
«Questa crisi ha mostrato, con il rischio sanitario, la vulnerabilità dei nostri stili di vita, la situazione di incertezza in cui vivono le società. Sono aspetti connaturati all’esistenza umana e alle stesse società che ne hanno assunto il rischio, a partire almeno da Chernobyl. Il rischio sanitario, finanziario, economico è un tema costante. Dobbiamo imparare ad avere fiducia che si è indebolita. Negli ultimi anni c’è stata sfiducia nelle competenze, persino nella scienza, con fenomeni di distorsione della comunicazione. Le fake news rendono difficile discernere cosa è affidabile. Per uscire da questa crisi dovremmo costruire un orizzonte di fiducia, anche nelle istituzioni. E la cultura deve essere vigile, entrare in dialettica con il potere, assumersi il compito di vigilanza. Bisogna convivere con il rischio di incertezza. La fiducia è governare l’incertezza».
Si può far tesoro di questa esperienza?
«Ogni esperienza può essere utile. In un clima apocalittico, la storia ci insegna che noi attraversiamo spesso dei “fine del mondo”. E non finisce il mondo ma dei mondi. Siamo stati una società pigra, poco propensa al cambiamento, e nella storia c’è bisogno di accelerazioni. Gli scossoni sono dovuti a conflitti, guerre e crisi pandemiche, e occorre tutelare la vita organica, la salute, ma anche capire, nell’aver perduto pur per breve tempo la socialità, che la vita è relazione, esistenza».
Il potere politico corrisponde alle necessità del momento? Meglio affidarlo a tecnocrati?
«C’è una crisi collettiva delle capacità politiche, anche delle competenze in cui abbiamo vissuto per tanto tempo. Si sono trovate delle scorciatoie. Invece, governare un paese implica dei saperi e saper riconoscerli. C’è una differenza tra competenza scientifica e responsabilità politica. Il tema è preparare la classe dirigente nel modo più adeguato a conoscere la complessità, a mettere insieme i saperi. Ma non credo che la soluzione sia dare il potere politico in mano agli scienziati. Il sogno tecnocratico è una scorciatoia alla semplificazione. L’arte del governo è l’arte della complessità, del valorizzare le competenze più diversificate, in particolare in una società come la nostra, in cui si pone il tema dell’incertezza e del rischio, del vivere in processi estremamente contingenti e veloci». —
M.F.
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