«Il “Mostro di Modena” con le sue otto vittime racconta com’eravamo e cosa siamo diventati»
Il libro di Iozzoli riaccende i riflettori sugli omicidi delle giovani donne che si sono consumati tra il 1985 e il 1995 tra eroina e prostituzione
l’intervista
serena arbizzi
Otto giovani donne furono assassinate a Modena tra il 1985 e il 1995. Giovanni Iozzoli, nel libro “Il mostro di Modena” (Artestampa), riapre quella storia. E lo fa, dopo un’ampia documentazione, con la consulenza del giornalista Pier Luigi Salinaro, primo a ipotizzare un unico killer dietro gli omicidi.
Iozzoli, da cosa nasce l’ispirazione per il libro?
«Quando l’editore mi ha proposto di lavorare a una trasposizione narrativa di quei tragici eventi, ho subito capito che, al di là dei delitti, c’era in ballo molta “carne viva”, ancora esposta, dolente, che riguardava la memoria di questa città, il confronto con la sua storia, che come tutte le storie di provincia di successo, nasconde lati oscuri, inconfessati, inquietanti. È una caratteristica del genere noir: partire dal crimine per riflettere sul contesto sociale in cui nasce. La storia di quegli otto omicidi può essere l’occasione per una rilettura di una fase storica. Oltre, ovviamente, a tenere ben vivo il ricordo di otto femminicidi impuniti, feroci e vigliacchi».
Il padre di una delle vittime, Settimio Bertacchini, parla in prima persona: perché questa forma narrativa?
«Non volevo andare a “rimestare” nelle storie delle ragazze uccise, la loro vita era già stata abbastanza violata all’epoca. Con un’invenzione narrativa, ho costruito una nona vittima, una meta-vittima, se vogliamo, che mi ha permesso di raccontare più liberamente le dinamiche familiari e sociali, in cui maturarono quei fatti drammatici, senza correre il rischio di scivolare nel morboso o nella cronaca. Sono rimasto sul terreno proprio del romanzo, pur nell’assoluta verosimiglianza storica di fatti e contesti. Questa vittima e la sua famiglia sono la quintessenza della normalità modenese: un segno del fatto che quello che successe a quelle ragazze, poteva in quegli anni accadere in qualsiasi famiglia ordinaria. L’impatto dell’eroina a Modena fu pesantissimo, per quanto abbastanza rimosso dalla memoria collettiva. La società, distratta, perse le sue difese immunitarie e a quel punto “il Mostro” emerse dal suo seno».
Dove si è documentato per descrivere quella Modena?
«Ho avuto molti validi consulenti, a partire dal caro Pierluigi Salinaro. Io non sono modenese, ma questo è un elemento abbastanza comune, quando si cerca di raccontare una comunità: spesso chi “viene da fuori” può permettersi uno sguardo più lucido, proprio perché resta comunque uno sguardo “esterno”, in qualche modo più franco, meno condizionato. Direi che al centro del libro c’è proprio la città, il modo in cui è cambiata negli ultimi decenni, e le vittime che si è lasciata alle spalle, nella sua corsa verso un successo economico che sembrava infinito».
C’è un messaggio che lancia dalle pagine del suo libro?
«Nessun messaggio. Solo un piccolo contributo per una riflessione collettiva sul “come eravamo” e soprattutto sul cosa siamo diventati. Modena non è più la brillante regina dei fatturati che negli anni Ottanta contendeva a Milano il primato del reddito pro capite. È una città piena di problemi e in forte crisi di identità. Forse riflettere sul suo recente passato può aiutare a migliorare il presente. Perché il Mostro non è mai un agente esterno. Il Mostro nasce nel cuore delle comunità e divora i più deboli».
Bertacchini spesso parla di restituire giustizia e verità: pensa che il tema sia ancora attuale?
«Certo, credo che quelle otto ragazze meriterebbero oggi una qualche forma di riconoscimento. L’assassino è ancora libero, e ha agito per dieci anni, anche perché le vittime appartenevano a mondi marginali. Probabilmente gli inquirenti non ritenevano prioritario investigare adeguatamente su quelle vicende. La storia delle inchieste è anche una storia di errori, omissioni, indagini frammentate o svogliate. Con un contorno misterioso di figure appartenenti alle forze dell’ordine che tra gli anni Ottanta e Novanta imperversavano in modo inquietante nelle notti modenesi. Riconoscimento, per me, significa che la città, in qualche modo, dovrebbe ri-conoscere come figlie legittime queste ragazze, che per lungo tempo sono state considerate “figlie di nessuno”, figlie della strada, della dipendenza, del degrado. Ma il femminicidio non è orrendo solo quando colpisce una madre di famiglia o una fidanzata: non esiste un femminicidio tollerabile». —
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