«Dal grande Pico ai... pixel La memoria da personale oggi è diventata collettiva»
L’antropologo Marino Niola terrà una lezione sull’indumento che oggi è diventato indispensabile per tutti noi: la mascherina
L’INTERVISTA/1
«Per fare una battuta - spiega Marino Niola, antropologo e divulgatore scientifico napoletano - potrei dire che pensando alla memoria siamo passati da Pico ai pixel. Dalle capacità individuali altissime del conte della Mirandola a una memoria collettiva, comune, digitale, fuori da noi. Inoltre utilizziamo molto di più l’espressività degli occhi, siamo diventati degli emoticon viventi». Il professor Niola domenica discuterà su Facebook del tema “Dalla maschera alla mascherina”: «La maschera - spiega lo studioso - copre e disvela, nasconde e difende come dico nel mio intervento. E’ sia comunicazione con il divino che segnale della presenza del diabolico e anche la mascherina oggi utilizzata potrebbe evocare il male di Satana. La maschera è uno degli oggetti più antichi utilizzati dall’essere umano e ci sono società senza la conoscenza della ruota, ma non società che ignorano la maschera. Del resto lo strumento serve a cambiare identità mentre oggi ha un significato diverso».
In che senso professore?
«Una volta indossare la maschera significava andare oltre sé stessi, si velava la propria identità mentre oggi indossare la mascherina significa l’opposto, ossia entrare in una normalità che speriamo di potere presto abbandonare. In ogni caso coprirsi il volto ha numerosi significati, mascherare significa nascondere e protegge, ma anche gioco e rito, comunicazione con il divino e immagine del diabolico. Un Padre della Chiesa come Tertulliano dice che fu Satana a inventare il mascara, il trucco del viso e del resto nel primo Cristianesimo era vietato nascondere la propria immagine fisica, essendo l’uomo fatto a somiglianza di Dio».
La maschera o mascherina ci inquieta?
«Ci sono differenze, la mascherina oggi è un secondo volto, ci protegge, poi ha ragione lei per certi versi ci inquieta perché rappresenta uno stato di eccezione della nostra identità. Ma la copertura del viso ha significati che si ‘tengono’ nei secoli, dall’alba dei tempi fino al make up di un personaggio come Joker».
Ma ci abitueremo mai alla mascherina?
«È uno strumento salvavita che certamente altera i nostri comportamenti e cambia la percezione di noi e degli altri intorno. Ci siamo abituati, ma io penso che quando sarà l’ora getteremo la maschera volentieri per utilizzare una frase conosciuta».
La mascherina, dunque è una protesi moderna per tutti noi?
«Si tratta di un prolungamento del volto che ci assicura che siamo persone normali. Tra l’altro, visto che copre il viso e che la comunicazione è soprattutto non verbale, porta ad altre novità: oggi la comunicazione non verbale passa per altri gesti, il toccarsi con i gomiti o i piedi e soprattutto utilizzare gli occhi che ora sono molto più in movimento. Siamo una sorta di emoticon viventi come le accennavo: si pensi alla mimica degli attori ai tempi del cinema muto, intensa rispetto al cinema sonoro».
Come ci modificherà questa pandemia?
«Non voglio sminuire questa tragedia, ma ricordo che la peste nei secoli passati mieteva centinaia di migliaia di persone in ogni città. Noi abbiamo questo trauma che, io credo, sarà una ferita che mano a mano passerà lasciando segni, ma non troppi».
Come ci siamo comportati in linea di massima?
«Secondo me in Italia molto bene. Abbiamo rispettato le regole, forse meglio di tanti popoli ai cui occhi eravamo quelli sregolati».
I giovani saranno modificati?
«Loro hanno grande elasticità, sono duttili e disposti a cambiare, inoltre useranno al meglio le tecnologie digitali. Del resto la memoria non è più solo singola, come il caso di Pico, ma sta fuori, altrove: io oggi nello smartphone ho tutta la biblioteca di Alessandria che non starebbe mai in testa».—
S.L.
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