Gazzetta di Modena

Cartoline da Auschwitz Una “via crucis laica” che racconta che cosa può diventare l’uomo

CRISTIANA MINELLI
Cartoline da Auschwitz Una “via crucis laica” che racconta che cosa può diventare l’uomo

Roberto Franchini ha pubblicato un ebook sul luogo dell’olocausto Nessuna immagine solo la forza descrittiva delle parole 

3 MINUTI DI LETTURA





IL LIBRO

CRISTIANA MINELLI

La cartolina di una volta, quella che si spediva con un francobollo postale, aveva un recto per l’immagine e un verso per il testo, due parti distinte per il tutto: il messaggio del mittente. Si possono ancora spedire cartoline da Auschwitz. «L’impiegato finge di scrivere seduto alla scrivania dietro il vetro. [..] Ha esposto buste-sacco di molte misure e su ciascuna ha collocato un piccolo bigliettino con il prezzo scritto a matita. Si possono spedire ricordi di qualche peso[..] Decine di cartoline attendono il loro turno nell’espositore girevole. L’impiegato attende il prossimo cliente che gli chiederà i francobolli per spedire cartoline. Un saluto da Auschwitz». Così in «Cartoline da Auschwitz», di Roberto Franchini, appena edito da Marietti 1820 nella collana e-book iRèfoli, un testo che ha visto la luce per la prima volta dieci anni fa come regalo dell’autore agli amici. Un’edizione priva di riferimenti iconografici a corredo, che raccoglie istantanee testuali di un viaggio al campo di sterminio polacco. «Questo libro procede a scatti – suggerisce Michele Smargiassi nella prefazione – come si scatta una fotografia». Ma si tratta di un racconto che risulta comunque ‘fotografato’ dall’autore. Fra le righe infatti aleggia come un fantasma l’immagine, che solo il riscontro oggettivo con le cose, quando le cose sono la sintesi del Male Assoluto, rende possibile. Se un luogo teatro di tanto orrore, oggi, possa essere fotografato, è tema discusso. Per Claude Lanzmann, è inadeguata qualsiasi sua rappresentazione visuale, mentre Georges Didi-Huberman sostiene il diritto di immaginare ciò che per gli aguzzini stessi doveva restare inimmaginabile. Roberto Franchini non si preoccupa di scattare fotografie, ma cammina, metaforicamente, nelle scarpe dei deportati. Mentre le racconta ce le fa vedere. Solleva, quasi fisicamente, le valigie degli internati. Mostra al lettore il loro contenuto: «… calzoni e camicie, gonne e golfini, le spazzole per i capelli, il lucido per le scarpe, il pennello per insaponarsi il viso», passa in rassegna i nomi sulle etichette dei bagagli «Franz Engel, Klara e Sara Goldstein, Jacob Greilsamer», che «aspettano che tutti i Franz, le Klara, le Sara, gli Jacob vengano a riprenderseli». Valigie e scarpe «simbolo insopprimibile di un popolo in perenne cammino» contengono in sé l’«Inconscio desiderio di poter camminare ancora a lungo». «Il lavoro rende liberi»: toccò a Jan Liwacz, prigioniero a capo dell’officina del campo forgiare questa frase. Che sembra insistere sulla nostra coscienza più che sull’ingresso del campo di concentramento. Non occorrono immagini per vedere la scena; sembra ancora di sentire la musica al ritmo della quale i prigionieri eran costretti a marciare. Sono visibili. Anche se non ci sono. Eppure vederla, la frase dello scrittore tedesco Lorenz Diefenbach, con quella B saldata sottosopra, a spregio, dal fabbro, dà modo di leggere ciò che è accaduto allora.

Cosa resta di una visita, se così si può dire, ad Auschwitz?

«Restiamo noi – risponde Franchini – indifesi davanti al dolore più raccontato e meno dicibile con le parole. Restiamo noi, con le nostre sensibilità o, all’opposto, con la tranquilla assenza di angoscia. Auschwitz è uno specchio. Di come siamo e di come possiamo diventare».

Perché questo testo, nato privatissimo, è stato pubblicato?

«Perché l’amico Roberto Alessandrini, che oggi dirige la casa editrice Marietti 1820 mi ha convinto che non era giusto essere egoisti. Altri amici potrebbero trovare utile questa guida a un luogo che non può avere guide turistiche. L’ho sempre immaginato come una via crucis laica».

Quando si passa davanti alle baracche, si sfila oltre il forno crematorio, si osserva la nudità delle persone costrette nel campo, visibile anche nelle montagne di capelli femminili, serve davvero scattare una fotografia?

«La mia risposta è: no, non serve scattare foto reali, fisiche. Meglio, molto meglio, scattare foto mentali, più potenti, più profonde, più devastanti. Anche queste immagini ingialliscono, come le vecchie fotografie stampate su carta, ma ci segnalano quanto la memoria può lentamente scomparire anche dentro di noi».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google