Alla “Galleria Ranarossa 3.0” la ripartenza è firmata Zecchini
MODENA
L’apertura di musei e gallerie d’arte ha portato una ventata di ottimismo. E alla galleria “Ranarossa 3.0”, in via Montevecchio 21, diretta da Ersilia Sarrecchia, è stata inaugurata la mostra di Alberto Zecchini, nato a Reggio Emilia 46 anni fa, ma da tempo vive e lavora a Modena. Il diploma di ragioniere non gli ha impedito di coltivare la passione per l’arte, in particolare per il disegno che lo ha indotto a frequentare a Bologna la scuola del fumetto “Nuova Eloisia”. Sempre più impellente, poi, la necessità di sperimentare la pittura. Così si è affidato, nel 1997, al talento del maestro Ermanno Vanni, che teneva i corsi nel suo studio a Maranello, dove si soffermava anche sull’impiego di nuove soluzioni tecniche. Una esperienza fondamentale per Zecchini che ha voluto indagare la figura umana, senza mai fermarsi alla semplice rappresentazione, perché “nella pittura di Alberto - diceva Vanni - non c'è compiacimento, non c'è estetismo fine a se stesso, c'è piuttosto una spinta verso la sintesi, verso la capacità di trasfigurare l'uomo senza cadere nella gratuita trasformazione dell'uomo in una cosa. In sostanza i personaggi della pittura di Alberto hanno un'anima”.
Le figure non hanno identità. Inquietanti gli aspetti deformi del viso, in cui si intravedono talvolta occhi scavati, del corpo e delle membra. Le cromie non ambiscono ad una definizione formale, a dare il senso di concretezza dell’immagine, ma esprimono la dolorosa lacerazione di diverse esistenze, fragili e disperate che, in alcuni casi, sembrano cercare un aiuto reciproco. Il colore pare tessere una rete di fantasmi dominati dall’orrore della dissoluzione e dalla profonda angoscia della fine. E’ l’arte che rivela i segni delle mutazioni, una sorta di radiografia della condizione dell’uomo che vacilla, si annienta al solo pensiero di un inaspettato nemico invisibile, come il Corona virus. Il visitatore si troverà di fronte ad una pittura ad alta tensione espressiva che sostanzia l’insensatezza del vivere umano. Zecchini non fa misteri nel rivelare che egli guarda con ammirazione all’opera dell’irlandese Francis Bacon (1909 – 1992) che indaga l’uomo contemporaneo dilaniato dalla violenza, manifestando il progressivo processo di degradazione attraverso la scarnificazione della figura. Lo sguardo del pittore modenese va anche al britannico Graham Sutherland (1903 – 1980) che propone curiose creature nate da strane metamorfosi. Figure, private della loro riconoscibilità, che vivono il dramma della lacerazione, anche interiore, e i turbamenti della quotidianità. Numerose le rassegne, anche personali, di Zecchini, tra cui quella tenuta alla galleria Arca di Noesis a Roma. La mostra modenese è aperta fino al 26 giugno. —
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